08 luglio 2007

Compagni di scuola

Questa è una dedica, doverosa per la sua importanza.
Oggi è terminato il percorso triennale di formazione "Il Counseling e le relazioni d'aiuto" che ho frequentato presso il Centro Berne. Voglio ringraziare pubblicamente tutti i miei compagni di strada che hanno condiviso con me quest'esperienza entusiasmante, difficile, soprattutto rigenerante.
Grazie per quello che ci siamo donati, per lo scambio di idee, le collaborazioni, gli scazzi, le risate e tutto quello che ha reso possibile la nostra trasformazione in persone evidentemente migliori e, confido, più utili al mondo.
Grazie a chi ha iniziato tre anni fa, a chi si è aggiunto per strada, a chi, strada facendo, ha preso altre strade, ai docenti del Centro e a tutti coloro che ci ruotano attorno.
Alessandra, Claudio, Antonella, Grazia, Teresa, Egle, simona, Amelia, Eleonora, Chiara, Francesca, Paola, Elisabetta, Maria Giulia, Alberto, Debora, Silvia, Davide, Cristina, Giovanna, Chiara, Antonella, Giorgio, Giacomo, Dianora, Fabio, Alessandra, Anna, Michele, Consuelo, Lucia, Raffaella, ... Mi porto dentro un pezzetto della vostra vita.
Sì, è stato bello e so che, seppure in forme e tempi differenti, continuerà ad esserlo.
Un abbraccio ++

13 giugno 2007

L'uomo s-mascherato

In un libro di psicologia trovo un esercizio interessante: "Pensate alla vostra infanzia e ricordate il personaggio di fantasia che più colpiva all'epoca la vostra immaginazione e con il quale vi identificavate". In un lampo mi ritornano in mente i fumetti dei supereroi Marvel, improbabili uomini in calzamaglia dotati di strani poteri e coinvolti di mille avventure. Una parte di me è ancora lì, dentro quel mondo. "Super-eroi con super-problemi", sono stati chiamati, perchè, a differenza di alcuni personaggi a tutto tondo, l'idea vincente della squadra Marvel fu di creare personaggi che unissero ai propri incredibili poteri, delle vicende più "umane" (problemi in famiglia, incapacità di comunicare i propri sentimenti, difficoltà sul lavoro, emarginazione sociale, ecc.).
Mi piace allora riprendere questa idea come un'immagine di ciascuno di noi, preso dalle sue faccende quotidiane, ma al tempo stesso custode di energie incredibili che ci aiutano nelle nostre avventure quotidiane.
Ci siete anche voi? Che maschera portate? Che supereroe/supereroina siete? Quali superpoteri avete? Sapete rendervi invisibili in caso di pericolo come Sue dei Fantastici Quattro o siete come Hulk, dalla rabbia incontenibile e devastante? Tirate fuori le unghie come Wolverine o pensate come Spider-man che "da un grande potere deriva una grande responsabilità"? Siete un uomo di roccia dal cuore tenero come "La cosa" o siete tutt'uno con la natura come Tempesta? Avete affinato i vostri sensi come Dare Devil o siete come Iron-Man, difesi dal mondo esterno da una luccicante corazza? Avete un super-cervellone che compensa i vostri limiti fisici, come il dott. Xavier, o il vostro punto di forza è la flesssibilità portata all'estremo di Reed Richards, l'uomo-gomma?

Ciao a tutti
dal vostro Uomo Ragno

PS: Se volete saperne di più su psicologia e fumetti, potete andare su Psicofumetto, su Amazingcomics o su Psicopedagogika.

04 giugno 2007

L'identità negata

Ho appena terminato un bel libro consigliatomi da una blog-amica: "Creatura di sabbia" di Tahar Ben Jelloun. Narra la storia di una donna costretta dall'ambiente familiare a rinnegare la propria identità fisico-biologica e a spacciarsi per un maschio. Non entro nei dettagli di questo bel romanzo, di cui vi consiglio la lettura, ma ne prendo spunto per una breve riflessione sull'identità negata.
Protagonista della storia è A. cui viene proibita la fondamentale libertà di essere sé stessa. La sua storia è estrema, ma forme di negazione dell'identità (benché fortunatamente meno gravi) sono il pane quotidiano di molte persone. Ognuno di noi è un mix inscindibile di desideri, scelte, elementi biologici e pressioni esterne che, attraverso una continua negoziazione, definiscono la nostra identità. Quando questi fattori non sono in equilibrio e le pressioni culturali-ambientali prevaricano tutto il resto (nel caso del romanzo addirittura vengono cancellati i fattori biologici), il dolore diventa il pane quotidiano e la felicità un'utopia.
L'Analisi Transazionale riconosce nel messaggio "non essere te stesso", che riceviamo dal nostro ambiente familiare, una delle ingiunzioni più tragiche. Perché mina nel profondo la capacità di cogliere il proprio valore, di credere in se stessi. Difficile, infatti, che chi è cresciuto con questa ingiunzione riesca a superarla senza un cammino di psicoterapia. Ma come possiamo evitare di perpeutare questo messaggio? Qui la sfida è essenzialmente pedagogica: credere che i propri figli siano persone di valore, accettando le loro scelte, mettendosi in ascolto delle loro aspirazioni. Soprattutto evitare di riversare su di loro i nostri desideri frustrati. Essere persone serene, che hanno fatto pace con i propri conflitti, ci aiuterà a non cancellare la loro identità in nome di nostri fantasmi personali e a dar loro una chance in più per essere felici.

22 maggio 2007

Il gusto della sostenibilità

Per motivi di lavoro, ho avuto la possibilità di conoscere approfonditamente una realtà che mi aveva sempre incuriosito ma che avevo sempre seguito "a distanza". Sto parlando di Slow Food, cui dedico questo post per divulgare l'importanza del suo operato. Sin dall’intuizione originaria del fondatore, Carlo Petrini, Slow Food nasce con il preciso scopo di rivalutare la qualità dei cibi, nel recupero di un sistema produttivo, sociale ed economico messo in crisi dall’industrializzazione della produzione, dalla massificazione dei consumi e dalla omologazione del gusto e delle culture. Focalizzata originariamente sull’idea di “buono”, l’espressione di questi valori si è meglio esplicitata nel tempo, fino a giungere all’attuale “manifesto” codificato nelle tre parole “buono, giusto, pulito”. Secondo il movimento Slow Food il cibo, in tutte le sue accezioni, è così al cuore della vita umana che è necessario promuoverne l’aspetto qualitativo (“buono”), ma questo aspetto è inseparabile tanto dal sistema produttivo che lo genera e dal relativo impatto ambientale (“pulito”), quanto dal peso sociale di tale produzione (“giusto”). Ormai Slow Food è molto più che una semplice associazione, in quanto oltre all’aspetto associativo nazionale ed internazionale, contempla una casa editrice, un’Università riconosciuta dal MIUR, una Fondazione per la biodiversità, ecc.
Cosa c'entra Slow Food con questo blog? Secondo me tanto. Vivere meglio è possibile se sappiamo mangiare meglio, in ogni senso. Privilegiare cibi locali, prodotti con una filiera corta, è sia una questione di giustizia sociale che di sostenibilità ambientale che di qualità della propria vita. A tale proposito, è ormai chiaro che la qualità dei cibi è più determinante della predisposizione genetica nell'insorgere di malattie, anche gravissime (come evidenzia questo articolo scientifico inglese, ripreso in italiano, seppur un po' romanzato, da un commento di Jacopo Fo).
"L'uomo è ciò che mangia" diceva Feuerbach. La vita dell'umanità dipende da ciò che l'umanità deciderà di mangiare. La vita di ognuno di noi dipende da ciò che mangiamo.
Buon appetito.
PS: Firmate l'appello on-line di Slow Food sulla dichiarazione di origine geografica!
AGGIORNAMENTO 7.6.06: La campagna di raccolta firme ha dato i suoi risultati, viene mantenuto l'obbligo per la trasparenza in etichetta. Grazie a chi ha firmato. Se volete ancora firmare ancora, potete farlo per sostenere la battaglia che ora si sposta a livello europeo.

14 maggio 2007

Le perle di Ammaniti

"Come Dio comanda" di Niccolò Ammaniti è un romanzo tanto duro quanto eccezionale. Se siete molto sensibili ve lo sconsiglio, se riuscite a superare la sua "durezza" potreste scoprire delle perle. Io ne ho trovate almeno due, provo a condividerle.
Prima perla. E' una storia squallidissima, di personaggi sporchi, brutti, cattivi. E stupidi. Violenti, ladri, laidi, folli o semplicemente disperati, tutti i personaggi finiscono con l'attribuire a Dio l'origine delle proprie azioni.
Poveri uomini: incapaci di prendersi le responsabilità del proprio agire.
Ma anche povero Dio: tirato sempre in ballo per giustificare ogni nostra umana pazzia, ogni nostro fantasma interiore.
Seconda perla. In questa storia trovo bellissima la descrizione dell'ambiguo rapporto tra il padre e il figlio. Cristiano Zena ama suo padre. Che non è un bravo papà, non lo protegge, non lo aiuta, non gli è d'esempio. Il vero prototipo di "cattivo papà". E allora? Cristiano Zena ama suo padre perché sa che, per quanto distorto sia questo amore, è l'unico amore che suo padre sa dargli.
Nella cupa notte che fa da scena al romanzo, questa certezza del cuore apre l'unico bagliore di speranza. La consapevolezza di un amore. Nonostante tutto.

POSTILLA del 18.05, ore 22.10: Proprio ora apprendo che, dopo "Io non ho paura", Salvatores vuole fare un altro film da un romanzo di Ammaniti: proprio da "Come Dio comanda".

02 maggio 2007

Lettera a Gigino

Caro Gigino,in un post precedente ti ho tirato in ballo e so che aspetti ancora una risposta alla tua fatidica domanda "Ma che cosa è sto counseling e che cosa fa un counselor?". Avevo provato a risponderti ma non erano risposte che ti soddisfacevano: nella tua semplicità sei molto esigente. Ora, dopo mesi di ripensamenti e confronto con altri counselor in erba, ti scrivo questa lettera perché credo di essere arrivato ad una formulazione soddisfacente. Spero che la troverai semplice e al tempo stesso efficace, proprio come la volevi tu.
"Il counselor è un professionista che aiuta a capire ed affrontare quei problemi della vita quotidiana che ostacolano una buona realizzazione personale nelle relazioni con gli altri (nella coppia, in famiglia, sul lavoro, con gli amici, ecc.). Quando voglio migliorare la qualità del rapporto con gli altri, quando mi sento bloccato e ho bisogno di ritrovare energia o quando ho necessità di superare un'esperienza difficile, posso rivolgermi ad un counselor. Un percorso di counseling cerca di farmi prendere consapevolezza della situazione che vivo e a sbloccare le risorse interiori che possiedo per raggiungere i miei obiettivi di benessere".
Ecco, Gigino, questa è la definizione più semplice ed efficace che riesco a fare adesso. Che te ne pare? Aspetto una tua risposta.
A presto,
Francesco

13 aprile 2007

Aprile dolce dormire

Sarà per colpa del cognome che ho, ma sto riscoprendo la saggezza di questo proverbio. Le giornate si allungano, inizia il caldo, il metabolismo cambia, e il corpo ci chiede tempo per abituarsi, magari sonnecchiando un po' di più o prendendosela più comoda.
Mi ritengo abbastanza pigro da godermi sufficientemente la vita ma mi capita comunque di cascare nella trappola del "più veloce" e dell'affanno. Cominciano allora ad arrivare dei segnali fisiologici che sembrano dire: "Caro testone, smettila di correre e riposati un po' di più. Se non lo farai tu di tua volontà, sarò costretto a farlo io ricorrendo alle maniere forti, mettendoti a letto. Saluti e baci, Il tuo corpo". Credo che questo mesaggio arrivi un po' a tutti, anche se non tutti lo ascoltano, visto che conosco diverse persone capaci di trasformare anche le vacanze in occasioni di affanno organizzativo.
E allora riposiamoci.
Poltrire in ciabatte sulla poltroncina in giardino, per il gusto di respirare e sonnecchiare, senza avere per forza qualcosa da fare. Sfogliare un fumetto con curiosità e leggerezza, per il gusto di leggere e distrarsi, senza avere per forza qualcosa da imparare. Bighellonare con calma e senza meta, per il gusto di camminare, senza avere per forza un posto da raggiungere.
Riscopriamo l'ozio in un mondo che corre troppo per gustarsi la vita. Da questo sonno si risveglieranno le energie migliori.
.......zzzzzzzzz.......

02 aprile 2007

Persone di Spirito

Voglio fare un augurio pasquale: che possiamo essere persone "di Spirito". Capaci, cioè, di cogliere il gusto dell'esistenza, di ricercarne il giusto e coltivarne il bello. Senza fughe solitarie, nella difficile ma arricchente compagnia degli uomini. La fratellanza umana nasce da qui, da questa trascendenza che rende necessario esplorare la diversità del mondo raccontandone i colori, i suoni e le storie.
Lo Spirito non ha padroni, "soffia dove vuole", non si fa imbrigliare da una definizione univoca. Ce lo dicono gli stessi testi sacri nel cui nome si stanno scatenando in questi mesi tante lotte ideologiche con contorno di religione, che rischiano di esasperare le contrapposizioni più che ascoltare le diversità.
Invece una vita spirituale "seria" è ciò che può unire i credenti delle varie fedi e addirittura i credenti con i non credenti. Non nell'ottica di un trasognato ed edulcorato approccio sincretista, di spiritualità "a buon mercato". Ma nella voglia di aprirsi all'altro, prendendo "sul serio" la sua esperienza spirituale e porgendogli la propria come un dono, non come una clava.
Chiudo questo post con due citazioni. Anzitutto vi invito a leggere questo bellissimo scritto di Enzo Bianchi, che esprime ciò che voglio dire meglio di queste mie parole incerte. E poi voglio condividere con voi una "perla" del mio autore preferito, come augurio di una crescita spirituale per tutti gli uomini che si rivolgono al cielo "con la mano del credente e quella dell'incredulo": "La verità divina vuole essere implorata con entrambe le mani. A chi si rivolge a lei con la doppia preghiera del credente e dell’incredulo essa non si negherà. Della sua sapienza Dio dà all’uno ed all’altro, alla fede come all’incredulità, ma ad entrambe solo se la loro preghiera giunge a lui unita" (Franz Rosenzweig).

22 marzo 2007

La fantasmagorica vita di Marco

Vi racconto una storia vera, raccolta dalla mia frequentazione del magico mondo delle aziende. Marco lavora nell'Ufficio Risorse Umane di una grande azienda italiana di informatica. Un ingenuo osservatore esterno nota che c'è qualcosa che non va nel modo di lavorare di questa società. Marco, infatti, passa tutta la giornata a parlare prima con un responsabile e poi un un altro, con un capo e poi con il capo del suo capo. Nulla di realmente necessario dal punto di vista operativo, ma solo dal punto di vista "politico" cioè di mantenimento dei giochi di potere aziendali interni; e Marco ne è perfettamente consapevole. Alle 17.30, invece di uscire al termine della sua giornata, Marco si siede alla sua scrivania: "Finalmente ora posso lavorare un po' per bene!" Si concentra sul da fare e resta lì fino alle 20.00. Tutti i giorni. Durante la pausa pranzo, uno degli argomenti preferiti da Marco e dai suoi colleghi è quello di lamentarsi di quanto il lavoro invada la loro sfera privata, di quanto debbano sopportare quelle mogli che li vorrebbero un po' di più in casa. Giorno dopo giorno. Un'altra pausa, un altro caffè, un'altra lamentela. E tutto che resta uguale.
Cosa ci vedete in questa storia? Una azienda cattiva che opprime il dipendente? Una persona "debole" che non sa organizzarsi il lavoro e i tempi rimanendone vittima? Una coppia fragile in cui il lavoro serve per "coprire" un vuoto e avere un agente esterno da incolpare per il tempo che non ci si riesce a dare?
Ci sono tanti Marco e tante aziende che lavorano così: è in questi casi che si aprono le possibilità di sperimentare forme di counseling aziendale. Ad aziende così un serio percorso di counseling può ovviamente fare solo bene. Per la possibilità di ridare a Marco più maturità umana e professionale. Per la possibilità di dare all'azienda una risorsa più "produttiva" e motivata". Per la possibilità di dare maggior armonia all'equilibrio tra lavoro e vita privata.
Se incontrate Marco, ditegli di visitare questo blog!
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23 febbraio 2007

Fiocchi rosa, fiocchi blu

Sulla differenza più antica del mondo (uomini/donne) è stato detto tanto; di fatto è l'Argomento per eccellenza. E tutti, infatti, ne parliamo, non fosse altro che per riderci su, come fanno i comici di Zelig o i tormentoni via internet (di cui pubblico una divertente immagine come esempio).
Parlare di uomini e donne e delle loro differenze è un campo minato perché tocchiamo uno dei nodi più profondi della nostra identità. Ci stanno dentro aspetti biologici, culturali, educativi, psicologici, ...
Che femmine e maschi siano diversi è, grazie a Dio, una verità biologica. Dalle femministe più accese ai religiosi più conservatori, la differenza tra i sessi è sottolineata in maniera radicale per i motivi più diversi. Ed è ormai accettato da (quasi) tutti che la differenza biologica non può essere "neutra": avere o non avere un corpo che segue dei cicli e che si modifica al punto di accogliere un'altra creatura cui dà vita e nutrimento, è un fatto che certamente influisce sulla psiche, il modo di veder il mondo e di pensare. Ma appena si esce dall'ambito della fisologia, provando a "definire" in qualche maniera universale questa differenza e ci si addentra in questioni di identità, di cosa un uomo o una donna "dovrebbero" essere, entriamo in un campo minato e in ogni definizione sento puzza di bruciato. Così, ogni volta che sento dire frasi del tipo "è attenta alle emozioni come solo una donna sa essere" oppure "con il pragmatismo che è tipico degli uomini", entro in allarme, perché sento puzza di un luogo comune dietro l'angolo. O, ancora peggio, di una strumentalizzazione. Comunque di una limitazione del modo di essere dei concreti uomini e donne che calcano la scena di questo pianeta. Andiamo avanti con l'esempio preso da un classico luogo comune culturale: "L'uomo è forte, la donna sensibile". Generazioni cresciute a colpi di questa definizione semplicistica, ed eccoci davanti a generazioni di maschi che non si concendono il permesso di provare emozioni (perché piangere "è roba da femminucce", perché l'uomo "non deve chiedere mai"), e a donne considerate "mascoline" perché autonome e decise. Mi sembra evidente che ogni volta che diciamo che una donna dovrebbe essere sensibile "in quanto donna" stiamo dando un giudizio di condanna a tutte quelle donne che, dimostrando una maggior forza sono da considerarsi di fatto "un po' meno donne"; così come ogni volta che diciamo che un uomo vero è quello che segue la politica, stiamo dicendo, di fatto, che chi non la segue è "un po' meno maschio". Che il suo modo di essere non va bene: stiamo sacrificando la persona reale all'idea di ciò che "dovrebbbe essere".
Ovviamente tutto questo ha poi un riflesso sui ruoli di coppia, per non parlare del riflesso sulla vita della famiglia e sui ruoli educativi (ma di questo parleremo in un altro post).
La mia proposta? Pensare ad una persona nella sua completezza, per ciò che è (quindi compresa la sua identità sessuale biologica), ma non per come "dovrebbe essere" rispetto ad una qualsiasi presunta codificazione di ruoli sessuali "universali". Andando nel pratico, quindi, in una coppia, dividersi gli incarichi di casa e lavoro dovrebbe essere una elaborazione fatta in due, consapevolmente, frutto delle possibilità, delle capacità, magari anche delle abitudini, ma non del fatto che le donne hanno scritto nel dna come lavare i piatti, mentre gli uomini avrebbero scritto nel dna di non passare l'aspirapolvere o di stirare.
A questo punto, assalito dai sensi di colpa per mia moglie che stira mentre io faccio l'intellettualoide su internet,
non mi resta che chiedere: voi che ne pensate?
PS: Care lettrici del blog, è vero l'ho tirata per le lunghe... ma gli auguri ve li faccio lo stesso!