09 aprile 2014

Etologia convegnistica


Grande scoperta nel mondo della scienza! Individuati i primi cinque profili di Animali Da Convegno; eccoli qui in esclusiva. Indipendetemente dal contenuto del convegno (dalla filosofia alla medicina, dall'economia all'astrofisica) esistono delle "specie umane" onnipresenti che è bene imparare a riconoscere.

L'Amanuense
Unica specie animale di cui non si conoscono esemplari maschili. L'Amanuense è la versione convegnistica della dolce e cara sgobbona liceale. La si riconosce dalla sua postura tipica, reclinata sul quadernone; non guarda mai il palco, i relatori  o la sala; scrive speditamente con buona grafia. Se le restano dieci secondi liberi, li usa per abbellire i suoi appunti con qualche cuoricino. Passa tutto il tempo del convegno a prendere appunti su qualsiasi cosa detta da qualsiasi oratore. E guarda con aria smarrita chi non fa lo stesso. "Ma... come", pensa, "come fate a seguire in maniera adeguata il convengo senza prendere appunti?" (ma non osa chiederlo ad alta voce). L'idea che si possa prestare ascolto a qualcuno semplicemente, senza dover per forza trascriverne le parole, non è contemplata fra le sue opzioni. Aggiungiamo, inoltre, che l'Amanuense non prende veri e propri appunti, perché questo significherebbe prestare ascolto critico e operare sintesi. Le sue, sono, di fatto, trascrizioni letterali, dal "Buongiorno" iniziale al "Grazie a tutti" finale.

Il Professore / la Professoressa
Il Professore "SA". Ma forse non sa che noi sappiamo che lui sa. E allora si sente in dovere di sottolineare che lui "SA VERAMENTE". Perché LUI ha scritto, LUI ha letto, LUI ha fatto, LUI ha conosciuto, portando la Luce della Verità là dove, sin al suo arrivo, avevano regnato le tenebre dell'ignoranza. Gli esemplari femminili di questa specie, hanno la particolarità di sottolineare la propria appartenenza al genere femminile (solo LEI , "da donna e in quanto donna" ha letto, ha fatto, ha scritto, ecc.) convinte che questo dia maggior spessore intellettuale alle proprie argomentazioni. I maligni, in platea, commentanto che tutta questa sottolineatura sull'essere donna è doverosa, perché altrimenti non lo si capirebbe.

Il Fondatore
Variante estrema del Professore, il Fondatore è il vero esemplare Alfa del branco. O, almeno, così crede e vuol far credere attraverso i suoi racconti da cui si evince come sia stato "il primo in Italia" (esemplare Alfa) "il primo in Europa" (esemplare Alfissimo) o addirittura "il primo al mondo" (esemplare Alferrimo) a dire/fare/pensare le cose di cui tutto il convegno tratta. Ed è stato così "il primo" in tutto, che lo potrà affermare su qualsiasi argomento di qualsiasi convegno. I suoi interventi sono accolti da una platea mediamente imbarazzata da cotanta sicumera, ma aizzata agli applausi dalla claque dei proseliti entusiasti (il cui entusiasmo è direttametne proporzionale alla quantità dei soldi che hanno pagato per partecipare ai corsi di formazione del Fondatore).

Il Buffettista
Probabilmente segnato da traumi alimentari in età infantile, il Buffettista non si iscrive al convegno se prima non ha sufficienti informazioni sul tipo di catering fornito.
Si apposta con anticipo vicino ai tavoli perché deve essere il primo ad assaggiare tutto. Per far questo studia in maneira scientifica la disposizione della sala, il flusso degli ospiti, l'organizzazione dei camerieri,ecc. per potersi muovere con più velocità e scaltrezza tra i tavoli evitando le code. Nei casi più estremi può arrivare a dare informazioni distorte agli altri partecipanti ("Pare che abbiano finito la lasagna...") o a corrompere i camerieri. Ciò che veramente importa al buffettista non è la quantità, ma la varietà: si onora di aver assaggiato un po' di qualsiasi cosa fosse presente al buffet. Quindi, se volete farlo stare male, veramente male, inventatevi un piatto inesistente e poi dite: "Lo hai assaggiato, vero? No? Peccato, era veramente buono, non mi dire che te lo sei perso,..."

Il Commentatore seriale
Animale scaltro, vive nella penombra delle platee. Emette versi, mugugni o intere frasi con un volume di voce abbastanza forte da essere sentito con chiarezza nel raggio di due file di poltrone, ma non abbastanza forte da potersi fare identificare dai relatori del convegno.
Scopo dei suoi interventi è far sapere ai suoi vicini di poltrona quel che lui pensa dei relatori. Il fatto che i suoi interventi siano solo interiezioni, bofonchiamenti di dissenso e svalutazioni in genere, fa ipotizzare che, come dicono gli etologi di Oxford, "je rode'r culo" di non stare sul palco tra i relatori ufficiali.


Ce ne sarebbero altri...

20 febbraio 2014

Intervistato da Gabriele Tommasi

Ho risposto con piacere all'intervista che Gabriele Tommasi mi ha fatto sul mio modo di vedere le aziende e la formazione oggi. Trovate l'intervista qui.

22 dicembre 2013

Buon Natale!

Basta cambiare la parola "fax" con "e.mail" e "walkman" con "iPod", per il resto la vignetta è ancora attuale....
AUGURI!

21 novembre 2013

A mia figlia (di Margaret Mead)

Che io non sia inquieto fantasma
ossessivo dietro l'andare dei tuoi passi,
oltre il punto in cui mi hai lasciata

ferma in piedi nell'alba appena spuntata.
 

Devi essere libera di prendere un sentiero
la cui fine io non senta il bisogno di conoscere,
non ansia molesta di certezza

che tu sia andata dove io volevo.
 

Quelli che lo facessero cingono il futuro
tra due muri di ben disposte pietre,
ma segnano un cammino spettrale per sé stessi,

un arido cammino per ossa polverose.
 

Puoi dunque andartene senza rimpianto
lontano da questa terra familiare
lasciandomi un tuo bacio sui capelli

e tutto il tuo futuro nelle tue mani.
 

(Margareth Mead)

07 novembre 2013

Fintolandia

C'era una volta, tanto tempo fa, un paese lontano lontano chiamato Fintolandia.

Era davvero uno stano paese, i cui strani abitanti facevano tutte le cose per finta.

A Fintolandia era più importante far credere agli altri di aver fatto qualcosa anziché averla fatta. Ma questo non era un problema, perché anche chi doveva controllare che le cose fossero state fatte, controllava per finta. E nessuno diceva: “Ma guarda che lo so che hai fatto finta”; si preferiva fare finta di crederci pur sapendo benissimo che era una finzione.

Solo i bambini, appena nati, facevano le cose sul serio. Ma poi imparavano presto a fare finta anche loro. Infatti venivano accolti in famiglie di facciata, da genitori che dedicavano loro tempo vuoto e attenzioni posticce. I figli capivano subito, con il loro intuito, come funzionavano le cose, così si adeguavano e, di conseguenza, non crescevano: facevano solo finta di crescere.

I ragazzi fintolandesi venivano mandati in scuole con piani didattici inconsistenti dove gli insegnanti facevano finta di insegnare e gli alunni facevano finta di studiare. I diplomi e le lauree di Fintolandia erano pezzi di carta inutili che certificavano competenze inesistenti in persone ignoranti.

Terminata la scuola, si faceva finta di cercare lavoro. Ma a volte le cose non andavano proprio così, il meccanismo si inceppava e qualcuno finiva per trovare realmente un lavoro. Per fortuna che non era un lavoro vero! Infatti la regola non era lavorare, ma solo far credere agli altri di lavorare. I manager non decidevano e non organizzavano nulla, pur producendo montagne di carte, dati, file. I loro collaboratori facevano finta di seguire le loro direttive, ma non si sentivano in colpa, considerato il fatto che anche la retribuzione era fittizia. I bilanci aziendali, neanche a dirlo, erano truccati. E gli obiettivi erano volutamente falsati per eccesso; i collaboratori lo sapevano e quindi non li raggiungevano, giocando al ribasso. Così i manager li gonfiavano ancora di più, e così via... La legge del far finta era veramente ovunque. Nessuno, ad esempio, credeva realmente che le convention aziendali servissero a qualcosa. Ma i dipendenti ci andavano lo stesso facendo finta di gradire un evento che gli stessi organizzatori ritenevano una gran perdita di tempo. Ma intanto si guardavano bene dal dirlo e la organizzavano lo stesso.

A Fintolandia, le fabbriche, le scuole, gli uffici, i palazzi erano fatti con fogli di carta verniciati di cemento. Erano state costruiti da aziende fantasma, sotto la supervisione di addetti alla sicurezza che facevano finta di non accorgersi che i i loro operai non rispettavano le regole di sicurezza sul lavoro. I piani di evacuazione restavano sulla carta. Gli estintori erano vuoti.

Come avrete capito, ogni cosa di Fintolandia era fasulla. Anche i medici facevano finta di curare e di credere nella bontà dei medicinali somministrati a malati che simulavano dei miglioramenti.

Erano finte le squadre di calcio e gli scudetti. E i tifosi facevano finta di non vedere che le partite erano truccate. Sedicenti artisti intrattenevano la popolazione con spettacoli insulsi. E chi ci andava batteva le mani e diceva “Che bello” oppure “Bah! Potevano fare di meglio” perché quella era la propria parte da recitare.
Le coppie facevano finta di essere fedeli, di essere serene e di avere una vita sessuale soddisfacente. Del resto erano persone che avevano celebrato matrimoni nulli attorniate da invitati che simulavano gioia per essere stati invitati.
Quando qualcosa sembrava turbare la pace sociale, la popolazione reagiva con ondate di sdegno inconsistente che i governanti avevano buon gioco di placare varando l'ennesima legge che nessuno avrebbe mai applicato né osservato.

Come si poteva sopravvivere in un paese del genere? Semplice: bastava stare al gioco, e far finta di credere che tutto fosse vero.

Ogni tanto qualcuno provava a dire la verità, a fare le cose per bene e a chiedere che anche gli altri facessero lo stesso. Ma siccome tutti pensavano che stessero facendo finta, nessuno li prendeva sul serio. Così queste persone si convincevano di essere nel torto e si adeguavano, oppure finivano per impazzire.

A Fintolandia, quando la morte arrivò nessuno se ne accorse, perché pensavano di morire per finta.

Come dite? È una brutta storia? Avete ragione, quasi quasi la butto via.

Anzi facciamo così: io faccio finta di non averla mai scritta e voi fate finta di non averla mai letta.

26 ottobre 2013

Amore e sessualità: come parlarne in famiglia?

Ammettiamolo: la crescita fisica ed affettiva dei figli ci spiazza. Le nostre paure si sommano alle loro, i nostri imbarazzi ai loro silenzi.
Eppure, è necessario che noi genitori diamo il nostro contributo alla maturazione di una visione profonda e positiva degli affetti e della dimensione sessuale. Ma come fare?
Ne parliamo in due incontri di formazione (9 e 23 novembre - dalle 16.30 alle 18.30) guidati dal sottoscritto (a Calimera - LE - via Zara, 21).
Il costo di ogni incontro è di € 25,00 a persona (se partecipano entrambi i genitori, una quota è gratis).
Per info e iscrizioni 349.0063946

09 ottobre 2013

Mi fido di te...

Uno dei temi più ricorrenti nella formazione alle relazioni in ambito professionale è quello della fiducia. Non si può parlare di leadership, di team, di delega, di comunicazione, di negoziazione senza richiamare prima o poi nel tema della fiducia (fiducia da dare, da mantenere, da ispirare,...).
Fiducia intesa come capacità di accettare che ci sia un pezzo del nostro mondo che dipende da qualcun altro e non solo da noi. Come capacità di capire che c'è qualcosa (o qualcuno...) su cui non possiamo avere il controllo e che ci richiede un affidamento, un “darci”, pur sapendo che potremmo subire conseguenze impreviste (o addirittura spiacevoli) da questo nostro gesto.
La fiducia implica quindi un rischio. Non posso mai avere la certezza assoluta che l'altro (collega, collaboratore, cliente...) usi in maniera corretta e costruttiva quello spazio in cui io non entro. E, del resto, il vecchio proverbio “fidarsi è bene, non fidarsi è meglio” ci ricorda che le “fregature” sono sempre dietro l'angolo, invitandoci al sospetto, al controllo, a non farci abbindolare. E la distinzione tra persone “degne di fiducia” o truffatori è una capacità assolutamente necessaria per la nostra sopravvivenza: se un ladro vuole farla franca, per prima cosa cercherà di non sembrare un ladro, inspirandomi fiducia per farmi abbassare la guardia e meglio manipolarmi.
Ecco allora che l'autodifesa prende il sopravvento, portando ad aumentare i livelli di controllo sulle informazioni, sugli altri, sul mondo, per abbattere il rischio di brutte sorprese. Ma non possiamo controllare sempre e controllare tutto, non è umanamente possibile, in senso generale e soprattutto in un mondo complesso come quello odierno, fatto di scambi ed interdipendenze.
Così ci fidiamo. A volte non per “slancio morale” o grandi ideali, ma per il “semplice” fatto di non poter controllare la fonte e la veridicità di ogni singola informazione e per il fatto di doverci affidare a competenze diverse e maggiori delle nostre per sopravvivere. Ci fidiamo del fatto che sia la Terra a girare intorno al Sole; ci fidiamo del fatto che il signore in divisa che districava il traffico non fosse in impostore; ci fidiamo perché non abbiamo competenze né strumenti per controllare le competenze del pilota che guida il nostro aereo o del magazziniere del supermercato da cui ci serviamo. La vita umana non è letteralmente possibile dubitando in continuazione del lavoro altrui e anche i più paranoici o “complottisti” tra di noi, prima o poi si “arrendono” alla fiducia.
Quello che possiamo fare, soprattutto in ambito professionale, è passare da una forma di “fiducia ingenua” ed acritica ad una forma di fiducia “adulta” che, basandosi sulla trasparenza e la reciprocità, possa minimizzare (non eliminare) i rischi.
Accanto a questo, c'è un'altra cosa che possiamo fare. Riguarda una sorta di “scelta esistenziale” che, ancor prima di tradursi in gesti concreti, ci chiede un cambiamento nell'approccio di base alle relazioni. Potremmo iniziare a vedere la fiducia non solo come un “triste dovere” legato alla nostra impotenza ma come qualcosa di positivo che ci apre, ci fa evolvere, maturare e, perché no, vivere meglio. Siccome non posso far tutto io “sono costretto” a fidarmi e così imparo a delegare e a gestire meglio il mio tempo. Siccome non posso sapere tutto io “sono costretto” a chiedere agli altri, a far spazio alle loro competenze e ad imparare qualcosa che prima non sapevo. Siccome non posso raggiungere un risultato da solo, “sono costretto” a collaborare e a scoprire che accanto a me ci sono persone valide con cui, guarda un po', talvolta è anche bello lavorare...
Fidarsi è uscire dalla chiusura in sé, costruire legàmi, scoprendo che siamo capaci di sopravvivere a qualche fregatura pur di non perdere l'arricchimento umano che essa ci porta.

(Lo stesso post è disponibile come PDF a questo link)

25 settembre 2013

26 agosto 2013

Dalla parte di Giona


Un giorno, quando il compimento si compirà,
quando tutti saremo "al di là",
rideremo in Cristo delle nostre divisioni.
Con lo sguardo del Padre,
contempleremo la verità, ed in essa ci ritroveremo.
Lo Spirito ci farà sorridere imbarazzati
pensando a tutto il tempo perso,
passato a dividerci tra progressisti e tradizionalisti,
popolo ed élite, intimisti e sociali,
tomisti ed agostiniani, pre e postconciliari...
Eccetera.

Ma ora siamo "di qua".
E, finché siamo "di qua",
è un dovere ragionare, scegliere,
ricercare senso e costruire coerenze
di vita e di fede.
Provare ad intuire le tracce di una fedeltà
che richiede di "essere parte"
e ci chiede di "prendere parte".

Quindi non cercatemi dalle parti
di chi misura la fede a colpi di talari.
Non andrò all'happening di guariti e convertiti
né al meeting di politica e affari
né al santuario grondante di ex-voto pagani
dal cui giogo eravamo stati liberati.

Io sto dalla parte di Giona
e altro segno non ci verrà dato.
Nel buio ventre del grande pesce
giudico miseria baciare il sangue
di uomini, statue o di mani bendate.

Io sto dalla parte di Giona
e altro segno non ci verrà dato.

Io sto nel quotidiano credere.
Io sto dalla parte di Giona.