03 ottobre 2014

Cari amici piennellisti...

C'era una volta la PNL.
Nata, a mio avviso, con intenti nobili e con riferimenti a buone radici (Bateson, Palo Alto, Watzlawick, Satir, Erickson,...) mi sembra di vedere una sua involuzione su una strada marchettara-esoterica che non le rende gustizia.
Io stesso utilizzo alcuni tra gli strumenti PNL (il metamodello, l'attenzione al linguaggio come sistema di costruzione del mondo) e, proprio perché ne vedo la bontà, mi secca vederli propagandati come "armi" per portarsi a letto la prossima ragazza o vendere un rotolo di carta igienica in più.
Poi ieri una mia amica mi chiede se ho delle frasi (più o meno "zen") per mandare a quel paese gli esaltati monotematici che ammorbano i social con le loro "tecniche" più o meno piennellisitiche applicate, al rimorchio, alla ricchezza, al consenso sociale. Le prime due sono abbastanza note, le altre le ho prodotte io.
Eccole qua:

1. Dio esiste ma non sei tu: rilassati!

2. E fattela una risata ogni tanto!

3. Mi rifiuto di pensare che tutta la vita sia riducibile a obiettivi e risultati. Voglio mantenere il mio diritto allo stupore.

4. E' vero: siamo molto più potenti di quello che crediamo di essere. Ma questo non giustifica il tuo delirio di onnipotenza.

5. Io voglio essere autonomo. Ma non credo di bastare a me stesso. Nel mio limite incontro gli altri... ed è bello!

6. Non ho bisogno che tutti mi dicano di sì. Sono capace di sopravvivere alle frustrazioni di chi mi dice di no.

7. Come dicono a Lecce: "...de menu!"

19 settembre 2014

Intelligenza emotiva e catechesi

"Intelligenza emotiva e catechesi" è il titolo del workshop di formazione tenuto per i catechisti della diocesi di Otranto nel giugno 2014. Quello dell'intelligenza emotiva è un tema molto dibattuto, ma per molti veri innovativo rispetto al contesto cui è stato applicato. Ci abbiamo lavorato su con canzoni, esercizi, videoclip, vignette, e tanto altro. Qui riporto invece alcuni stralci dei miei interventi.

15 settembre 2014

Mi fa male la scuola

Oggi è il primo giorno di scola delle mie figlie. Ragionando da counselor, formatore, da genitore, da appassionato di processi educativi,... ecco alcune mie conclusioni sul mondo scolastico. Sono riflessioni amare perché, da amante di ciò che la scuola "potrebbe essere", mi fa male vedere quello che la scuola italiana "è".

1. Al di là dei proclami di inizio anno, degli spot "caldamente emotivi" e delle passerelle da primo giorno, la politica e le istituzioni non dimostrano attenzione reale ai processi di educazione e crescita. Potete riempirvi la bocca quanto volete dicendo che "la scuola è il nostro futuro" eccetera eccetera ma finché risparmierete sul numero degli insegnanti creando classi-pollaio dove è di fatto impossibile una didattica più partecipativa, saranno solo chiacchiere (idem per quanto riguarda il risparmio su riscaldamento, strutture, carta igienica, materiali didattici,... ecc.)

2. Ogni governo nuovo che arriva, annuncia riforme scolastiche epocali. Questa è una costante, così come lo è una tragica mancanza: ogni riforma fatta non riesce ad essere migliorativa della scuola ma ulteriormente distruttiva, in quanto i capoccioni chiamati a formularla raramente capiscono qualcosa di scuola ed educazione. In Italia abbiamo avuto e (nonostante tutto continuiamo ad avere) grandissime figure educative ed esperienze bellissime e molto varie di buona scuola. Abbiamo avuto Montessori, Lodi, Rodari, Malaguzzi, il MCE, Milani, oggi abbiamo competenze pedagogiche come quelle di Daniele Novara e il CPP e ancora tante altre. Niente di tutto questo entra mai stabilmente nella prassi quotidiana della scuola, che continua ad essere una stratificazione di maternalismo, ideologia implicitamente destrorsa e, di recente, delirio di organizzazione razional-economica (fatta pure male). La scuola italiana è ancora, di fatto, quella della riforma Gentile di epoca fascista, ossessionata dai programmi e dalla "logica del controllo".

3. La scuola buona, utile non è quella delle LIM. Ammesso che ci siano (e che le si sappia usare!), restano solo uno strumento appiccicaticcio su una struttura arcaica. Nonostante cambino nome e facciata, le metodologie di insegnamento sono esattamente quelle di cinquanta anni fa. Esempio: si doveva passare dalla programmazione per contenuti a quella per obiettivi, per unità di apprendimento, per progetti trasversali, ecc. ecc. Di fatto, si continua a fare una programmazione per contenuti "mascherata". Del resto, se l'organizzazione generale valuta le scuole in base al "programma finito" o agli INVALSI, non può essere diversamente.

4. Le prove INVALSI sono un'aberrazione educativa.

5. Le scuole sono luoghi ad alto conflitto interno. I dirigenti non hanno le minime competenze manageriali, intese come "soft skills" di integrazione e gestione di persone, così come i docenti, costretti a lavorare in gruppo, non hanno la minima idea di come si faccia una riunione "decente" e concludente.

6. La maggior parte dei Dirigenti scolastici sono schiacciati (o si lasciano appiattire) sulle questioni organizzative o di "buon nome" della scuola ma non fanno la cosa più importante: dare uno "stile" educativo alla scuola, gli insegnanti sono "padroni a casa loro" (cioè il loro orticello di ore) nel bene e nel male. Per un alunno, avere o non avere un buon percorso scolastico è, nella maggior parte dei casi, una questione di "buona sorte" dei docenti che incontra sul suo percorso.

7. La "bontà" della scuola è attualmente affidata agli "eroi silenziosi": docenti, dirigenti, bidelli e segretari che pagano un prezzo personale altissimo per costruire pezzetti di "buona scuola" in contesti caotici. Io ho avuto la fortuna di incontrare nel mio percorso scolastico, frammenti di buona scuola. Auguro lo stesso alle mie figlie e a tutti i ragazzi italiani.


28 aprile 2014

Sulla morte senza esagerare

Ho scoperto da pochi giorni questa poesia di Wislawa Szymborska, poetessa polacca, premio Nobel per la letteratura. Ve lo propongo senza commentarla, chiedendovi solo di gustarvi questo immenso inno alla vita.

Non s'intende di scherzi,
stelle, ponti,
tessitura, miniere, lavoro dei campi,
costruzione di navi e cottura di dolci.
Quando conversiamo del domani
intromette la sua ultima parola
a sproposito.
Non sa fare neppure ciò
che attiene al suo mestiere:
né scavare una fossa,
né mettere insieme una bara,
né rassettare il disordine che lascia.
Occupata a uccidere,
lo fa in modo maldestro,
senza metodo né abilità.
Come se con ognuno di noi stesse imparando.
Vada per i trionfi,
ma quante disfatte,
colpi a vuoto
e tentativi ripetuti da capo!
A volte le manca la forza
di far cadere una mosca in volo.
Più di un bruco
la batte in velocità.
Tutti quei bulbi, baccelli,
antenne, pinne, trachee,
piumaggi nuziali e pelame invernale
testimoniano i ritardi
del suo svogliato lavoro.
La cattiva volontà non basta
e perfino il nostro aiuto con guerre e rivoluzioni
è, almeno fin ora, insufficiente.
I cuori battono nelle uova. Crescono gli scheletri dei neonati.
Dai semi spuntano le prime due foglioline,
e spesso anche grandi alberi all'orizzonte.
Chi ne afferma l'onnipotenza
è lui stesso la prova vivente
che essa onnipotente non è.
Non c'è vita
che almeno per un attimo
non sia immortale.
La morte
è sempre in ritardo di quell'attimo.
Invano scuote la maniglia
d'una porta invisibile.
A nessuno può sottrarre
il tempo raggiunto.

09 aprile 2014

Etologia convegnistica


Grande scoperta nel mondo della scienza! Individuati i primi cinque profili di Animali Da Convegno; eccoli qui in esclusiva. Indipendetemente dal contenuto del convegno (dalla filosofia alla medicina, dall'economia all'astrofisica) esistono delle "specie umane" onnipresenti che è bene imparare a riconoscere.

L'Amanuense
Unica specie animale di cui non si conoscono esemplari maschili. L'Amanuense è la versione convegnistica della dolce e cara sgobbona liceale. La si riconosce dalla sua postura tipica, reclinata sul quadernone; non guarda mai il palco, i relatori  o la sala; scrive speditamente con buona grafia. Se le restano dieci secondi liberi, li usa per abbellire i suoi appunti con qualche cuoricino. Passa tutto il tempo del convegno a prendere appunti su qualsiasi cosa detta da qualsiasi oratore. E guarda con aria smarrita chi non fa lo stesso. "Ma... come", pensa, "come fate a seguire in maniera adeguata il convengo senza prendere appunti?" (ma non osa chiederlo ad alta voce). L'idea che si possa prestare ascolto a qualcuno semplicemente, senza dover per forza trascriverne le parole, non è contemplata fra le sue opzioni. Aggiungiamo, inoltre, che l'Amanuense non prende veri e propri appunti, perché questo significherebbe prestare ascolto critico e operare sintesi. Le sue, sono, di fatto, trascrizioni letterali, dal "Buongiorno" iniziale al "Grazie a tutti" finale.

Il Professore / la Professoressa
Il Professore "SA". Ma forse non sa che noi sappiamo che lui sa. E allora si sente in dovere di sottolineare che lui "SA VERAMENTE". Perché LUI ha scritto, LUI ha letto, LUI ha fatto, LUI ha conosciuto, portando la Luce della Verità là dove, sin al suo arrivo, avevano regnato le tenebre dell'ignoranza. Gli esemplari femminili di questa specie, hanno la particolarità di sottolineare la propria appartenenza al genere femminile (solo LEI , "da donna e in quanto donna" ha letto, ha fatto, ha scritto, ecc.) convinte che questo dia maggior spessore intellettuale alle proprie argomentazioni. I maligni, in platea, commentanto che tutta questa sottolineatura sull'essere donna è doverosa, perché altrimenti non lo si capirebbe.

Il Fondatore
Variante estrema del Professore, il Fondatore è il vero esemplare Alfa del branco. O, almeno, così crede e vuol far credere attraverso i suoi racconti da cui si evince come sia stato "il primo in Italia" (esemplare Alfa) "il primo in Europa" (esemplare Alfissimo) o addirittura "il primo al mondo" (esemplare Alferrimo) a dire/fare/pensare le cose di cui tutto il convegno tratta. Ed è stato così "il primo" in tutto, che lo potrà affermare su qualsiasi argomento di qualsiasi convegno. I suoi interventi sono accolti da una platea mediamente imbarazzata da cotanta sicumera, ma aizzata agli applausi dalla claque dei proseliti entusiasti (il cui entusiasmo è direttametne proporzionale alla quantità dei soldi che hanno pagato per partecipare ai corsi di formazione del Fondatore).

Il Buffettista
Probabilmente segnato da traumi alimentari in età infantile, il Buffettista non si iscrive al convegno se prima non ha sufficienti informazioni sul tipo di catering fornito.
Si apposta con anticipo vicino ai tavoli perché deve essere il primo ad assaggiare tutto. Per far questo studia in maneira scientifica la disposizione della sala, il flusso degli ospiti, l'organizzazione dei camerieri,ecc. per potersi muovere con più velocità e scaltrezza tra i tavoli evitando le code. Nei casi più estremi può arrivare a dare informazioni distorte agli altri partecipanti ("Pare che abbiano finito la lasagna...") o a corrompere i camerieri. Ciò che veramente importa al buffettista non è la quantità, ma la varietà: si onora di aver assaggiato un po' di qualsiasi cosa fosse presente al buffet. Quindi, se volete farlo stare male, veramente male, inventatevi un piatto inesistente e poi dite: "Lo hai assaggiato, vero? No? Peccato, era veramente buono, non mi dire che te lo sei perso,..."

Il Commentatore seriale
Animale scaltro, vive nella penombra delle platee. Emette versi, mugugni o intere frasi con un volume di voce abbastanza forte da essere sentito con chiarezza nel raggio di due file di poltrone, ma non abbastanza forte da potersi fare identificare dai relatori del convegno.
Scopo dei suoi interventi è far sapere ai suoi vicini di poltrona quel che lui pensa dei relatori. Il fatto che i suoi interventi siano solo interiezioni, bofonchiamenti di dissenso e svalutazioni in genere, fa ipotizzare che, come dicono gli etologi di Oxford, "je rode'r culo" di non stare sul palco tra i relatori ufficiali.


Ce ne sarebbero altri...

20 febbraio 2014

Intervistato da Gabriele Tommasi

Ho risposto con piacere all'intervista che Gabriele Tommasi mi ha fatto sul mio modo di vedere le aziende e la formazione oggi. Trovate l'intervista qui.

22 dicembre 2013

Buon Natale!

Basta cambiare la parola "fax" con "e.mail" e "walkman" con "iPod", per il resto la vignetta è ancora attuale....
AUGURI!

21 novembre 2013

A mia figlia (di Margaret Mead)

Che io non sia inquieto fantasma
ossessivo dietro l'andare dei tuoi passi,
oltre il punto in cui mi hai lasciata

ferma in piedi nell'alba appena spuntata.
 

Devi essere libera di prendere un sentiero
la cui fine io non senta il bisogno di conoscere,
non ansia molesta di certezza

che tu sia andata dove io volevo.
 

Quelli che lo facessero cingono il futuro
tra due muri di ben disposte pietre,
ma segnano un cammino spettrale per sé stessi,

un arido cammino per ossa polverose.
 

Puoi dunque andartene senza rimpianto
lontano da questa terra familiare
lasciandomi un tuo bacio sui capelli

e tutto il tuo futuro nelle tue mani.
 

(Margareth Mead)

07 novembre 2013

Fintolandia

C'era una volta, tanto tempo fa, un paese lontano lontano chiamato Fintolandia.

Era davvero uno stano paese, i cui strani abitanti facevano tutte le cose per finta.

A Fintolandia era più importante far credere agli altri di aver fatto qualcosa anziché averla fatta. Ma questo non era un problema, perché anche chi doveva controllare che le cose fossero state fatte, controllava per finta. E nessuno diceva: “Ma guarda che lo so che hai fatto finta”; si preferiva fare finta di crederci pur sapendo benissimo che era una finzione.

Solo i bambini, appena nati, facevano le cose sul serio. Ma poi imparavano presto a fare finta anche loro. Infatti venivano accolti in famiglie di facciata, da genitori che dedicavano loro tempo vuoto e attenzioni posticce. I figli capivano subito, con il loro intuito, come funzionavano le cose, così si adeguavano e, di conseguenza, non crescevano: facevano solo finta di crescere.

I ragazzi fintolandesi venivano mandati in scuole con piani didattici inconsistenti dove gli insegnanti facevano finta di insegnare e gli alunni facevano finta di studiare. I diplomi e le lauree di Fintolandia erano pezzi di carta inutili che certificavano competenze inesistenti in persone ignoranti.

Terminata la scuola, si faceva finta di cercare lavoro. Ma a volte le cose non andavano proprio così, il meccanismo si inceppava e qualcuno finiva per trovare realmente un lavoro. Per fortuna che non era un lavoro vero! Infatti la regola non era lavorare, ma solo far credere agli altri di lavorare. I manager non decidevano e non organizzavano nulla, pur producendo montagne di carte, dati, file. I loro collaboratori facevano finta di seguire le loro direttive, ma non si sentivano in colpa, considerato il fatto che anche la retribuzione era fittizia. I bilanci aziendali, neanche a dirlo, erano truccati. E gli obiettivi erano volutamente falsati per eccesso; i collaboratori lo sapevano e quindi non li raggiungevano, giocando al ribasso. Così i manager li gonfiavano ancora di più, e così via... La legge del far finta era veramente ovunque. Nessuno, ad esempio, credeva realmente che le convention aziendali servissero a qualcosa. Ma i dipendenti ci andavano lo stesso facendo finta di gradire un evento che gli stessi organizzatori ritenevano una gran perdita di tempo. Ma intanto si guardavano bene dal dirlo e la organizzavano lo stesso.

A Fintolandia, le fabbriche, le scuole, gli uffici, i palazzi erano fatti con fogli di carta verniciati di cemento. Erano state costruiti da aziende fantasma, sotto la supervisione di addetti alla sicurezza che facevano finta di non accorgersi che i i loro operai non rispettavano le regole di sicurezza sul lavoro. I piani di evacuazione restavano sulla carta. Gli estintori erano vuoti.

Come avrete capito, ogni cosa di Fintolandia era fasulla. Anche i medici facevano finta di curare e di credere nella bontà dei medicinali somministrati a malati che simulavano dei miglioramenti.

Erano finte le squadre di calcio e gli scudetti. E i tifosi facevano finta di non vedere che le partite erano truccate. Sedicenti artisti intrattenevano la popolazione con spettacoli insulsi. E chi ci andava batteva le mani e diceva “Che bello” oppure “Bah! Potevano fare di meglio” perché quella era la propria parte da recitare.
Le coppie facevano finta di essere fedeli, di essere serene e di avere una vita sessuale soddisfacente. Del resto erano persone che avevano celebrato matrimoni nulli attorniate da invitati che simulavano gioia per essere stati invitati.
Quando qualcosa sembrava turbare la pace sociale, la popolazione reagiva con ondate di sdegno inconsistente che i governanti avevano buon gioco di placare varando l'ennesima legge che nessuno avrebbe mai applicato né osservato.

Come si poteva sopravvivere in un paese del genere? Semplice: bastava stare al gioco, e far finta di credere che tutto fosse vero.

Ogni tanto qualcuno provava a dire la verità, a fare le cose per bene e a chiedere che anche gli altri facessero lo stesso. Ma siccome tutti pensavano che stessero facendo finta, nessuno li prendeva sul serio. Così queste persone si convincevano di essere nel torto e si adeguavano, oppure finivano per impazzire.

A Fintolandia, quando la morte arrivò nessuno se ne accorse, perché pensavano di morire per finta.

Come dite? È una brutta storia? Avete ragione, quasi quasi la butto via.

Anzi facciamo così: io faccio finta di non averla mai scritta e voi fate finta di non averla mai letta.