19 marzo 2010

A tutti i papà: le nostre leggi di Murphy e qualche libro

Voglio fare tanti auguri a noi papà riproponendo le "Leggi di Murphy del papà" che avevo scritto ormai un anno e mezzo fa sull'altro blog e proponendo qualche consiglio per la lettura. AUGURI! --------------------------------
Di sicuro conoscete la famosa "Legge di Murphy": "Se qualcosa può andar storto lo farà". Mi sono divertito a formulare un po' di varianti, se ne avete altre frutto della vostra esperienza, mandatemele!
Legge di Kirkman e Scott sulla videocamera
Dato il numero N di minuti di durata della batteria della videocamera, l'evento più interessante della vita di tuo/a figlio/a si verificherà al minuto N+1
Corollario della fotocamera di Aprile
Nonostante i tuoi numerosi appostamenti, tuo/a figlio/a sorriderà sempre immediatamente prima o immediatamente dopo il tuo scatto.
Legge della P e della K
La quantità P di pupù prodotta da un figlio è sempre superiore al coefficiente di assorbimento K del pannolino.
Assioma di Chiara sui consigli parentali
Il concorso a premi per il consiglio più idiota sulla crescita dei figli è sempre aperto.
Postulato geometrico sulla stanza del bambino
Il numero di giocattoli regalati a tuo/a figlio/a è inversamente proporzionale allo spazio disponibile.
Legge di Cassandra sull'influenza dei modelli sociali
Per quante protezioni tu possa attivare, nulla potrà evitare che il Male Cosmico si abbatta sui genitori in una o più delle seguenti incarnazioni: Winx, Gormiti, Bratz, Power Rangers, Yu-Gi-Ho,...
Legge di Calvin
La probabilità che ha tuo figlio di rompere un oggetto è direttamente proporzionale al valore dell'oggetto stesso.
Corollario di Aprile sulla bomboniera inutile
Il vaso regalato dalla zia sarà sempre al sicuro.
Legge di Emanuele sui giocattoli
Il tempo di gioco e l'interesse dedicato da tuo/a figlio/a ad un gioco ricevuto in dono, sono inversamente proporzionali ai soldi spesi per il suo acquisto.

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Libri consigliati per i papà (di oggi e di domani)

A. Pellai, Nella pancia del papà, Ed. FrancoAngeli
A. Pellai, Le mie mani sono le tue ali, Ed. San Paolo
A. Pellai, Da padre a figlia, Ed. San Paolo
I. Baldassarre, C'è anche il papà, Ed. Erickson

23 gennaio 2010

"C'ero una volta..." Narrare la propria storia per vivere "felici e contenti"

“...e vissero felici e contenti” è il finale che le fiabe assicurano ai loro immaginari protagonisti. Ma è possibile vivere “felici e contenti” anche per noi, persone reali fatte di corpo, pensieri, emozioni?

“C'ero una volta...” è un'esperienza di formazione dedicata a chiunque stia facendo i conti con il desiderio di felicità nella propria vita. Ospiti di uno splendido resort nella meravigliosa città di Otranto, ripercorreremo in tre tappe (passato, presente, futuro) la nostra storia personale e, attraverso la narrazione ed il confronto con gli altri partecipanti, capiremo come fare spazio alla felicità.

La location non è casuale: il soggiorno nella struttura “i Basiliani”, dotata di SPA, ci permetterà di poter dedicare tempo ed attenzione a noi stessi, mentre il contatto con la città di Otranto ci fornirà spunti e suggestioni di lavoro per rileggere il passato, scegliere il presente, plasmare il futuro.

Perché anche noi, principi e principesse della vita quotidiana, possiamo meritarci di vivere “felici e contenti”... o almeno più sereni.


Il workshop inizia alle ore 17.00 di giovedì 8 aprile e termina alle ore 14.30 (pranzo incluso) di domenica 11 aprile. La formula è completamente residenziale anche per chi vive in Puglia. La stazione ferroviaria di riferimento è Lecce, l'aeroporto di riferimento è Brindisi (BDS).

Per ulteriori info ed iscrizioni scarica il depliant.

07 novembre 2009

Viva l'eros, abbasso il porno!

Se è vero che "chi più ne parla meno lo fa", viviamo in momento storico poco gaudente. Siamo sommersi in un contesto ipererotizzato, tette e cosce impazzano, ci si smutanda pur di vendere una caramella in più e in tv stanno per scomparire le donne non inquadrabili perizomaticamente. A questo si aggiunge la potenza incredibile della rete. Anni fa per acccedere a del materiale pornografico era necessario scavalcare lo scoglio della vergogna di chiedere ad un edicolante le riviste zozze. Adesso il materiale pornografico ti invade gratis la mail a prescindere dalla tua volontà. E non è un fatto da poco, pensateci bene: quanto autocontrollo bisogna avere per non cliccarci sopra? Come dice il sommo Caparezza, "la piaga dell'uomo moderno - è passare le notti con gli occhi sullo schermo - per diventare adulto con un click su confermo" (da La rivoluzione del sessintutto). Continuo a credere (oddio, sono già diventato un veteropalloso?) che la sessualità, proprio perché bella, buona e giusta, vada separata dalla mercificazione e dall'inflazione banalizzante (che impera in tv) e dallo stress ipermeccanico-anatomico del porno (che domina il web).
E qui nasce il dilemma. Censurare? Educare? Da una parte la censura non funziona e non ci piace. Dall'altra, l'educazione ha processi con incidenze sociali troppo lente rispetto all'urgenza del fenomeno.
Forse occorre tornare a fare bene l'amore. Sperimentare la potenza di questa forma di intimità e ri-scoprirne la bellezza porterebbe mille volte a preferire il corpo del proprio partner (forse imperfetto ma vero, presente, vivo qui con me e per me) all'immagine del/la pornostar che scopa con tutti ma non ci ama.

12 settembre 2009

Dialogo tra un tassista ed un giovane counselor

Tassista: -...cosicché lei ha una figlia
Giovane Counselor: - Sì, di un anno e pochi mesi. E lei?
T: - Bah, cosa vuole che le dica... Ho un figlio di 17 anni. Io la invidio, perché è vero quel che si dice: "Figli piccoli, problemi piccoli". Invece con gli adolescenti...

GC: - Cosa succede?
T: - Eh, non sono più i tempi di una volta... La società è cambiata... Tutto gli è dovuto, non conoscono più il valore del sacrificio. Un tempo era diverso, ora hanno abolito anche il Servizio Militare obbligatorio... Lì sì che ti insegnavano a stare al tuo posto...
GC: - Lei si è trovato bene al servizio militare?
T: - No. Malissimo. E' stata un'esperienza terribile.
GC: - E per educare suo figlio è necessario fargli fare un'esperienza che lo faccia stare malissimo?
T: - ...Lei non può capire... Questi giovani hanno tutto e non capiscono più il valore delle cose. Pensi che... Quando ero giovane io, la patente a 18 anni ce la sognavamo e quando io ho chiesto la macchina a mio padre, mi rispose che dovevo lavorare e poi la macchina me la sarei comprata con i miei soldi...
GC: - E se lei condivide questo principio, cosa le impedisce di fare un discorso analogo a suo figlio?
Il tassista tacque.

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E' legittimo dire che oggi è più difficile essere genitori? Solo se ammettiamo che è più difficile anche essere adolescenti.
Vecchi modelli educativi sono giustamente crollati e, in mancanza di altro, li si idealizza come un "paradiso perduto". Non c'è dubbio che la sovrabbondanza di beni fa perdere il senso del valore. Non c'è dubbio che essere sommersi di cose "tutto e subito" fa perdere il senso della progettualità e che, con le papille gustative bruciate dal troppo cibo, si perde la capacità di gustare le cose. Ma tale sovrabbondanza non l'hanno costruita da sé le nuove generazioni, gli è stata gettata addosso come un pesante fardello... Ci vuole coraggio ad essere genitori oggi, certo. Ma il coraggio non sta nel "fronteggiare" i figli, quanto nell'andare controcorrente rispetto alle pressioni sociali che ci vogliono "consumatori globali" anche quando siamo educatori ed in base alle quali anche l'essere bravi genitori si misura sulla "quantità" (di cose date - "non ti ho fatto mai mancare nulla") più che sulla qualità e la verità della relazione. Caro amico tassita, non scaricare sulla "società di oggi" le colpe di una tua responsabilità educativa che non vuoi assumerti.

13 maggio 2009

La finestra dei fili ritrovati

La maggior parte delle definizioni di counseling che trovo in giro (siti, dépliant, ecc.) sono definizioni "al negativo", cioè iniziano col dire cosa il counseling "non è". Dal punto di vista comunicativo questo è un grande errore perché la definizione diventa macchinosa, lunga, logicamente contorta e quindi controproducente: volevamo fare chiarezza sul counseling ed invece abbiamo complicato le cose.
Sta di fatto che in questo momento, soprattutto in Italia, l'attività di counseling deve ancora guadagnare una sua specificità e definirla in maniera chiara non è così semplice. Ed è un peccato, perché questa difficoltà limita la sua diffusione.
E' in casi come questi che tornano di grande utilità le metafore, capaci di dire in maniera intutiva concetti complessi. Ecco quella che a me sembra attualmente la più efficace e sulla quale baso le mie "spiegazioni" ai clienti.
Il counselor è... uno che ti aiuta a ritrovare il filo.
Quando stai vivendo un momento ingarbugliato e hai bisogno di rimettere le cose a posto, un counselor, attraverso l'ascolto attivo e specifiche tecniche di colloquio, ti sostiene nel ritrovare le tue energie interiori per ripartire.
Ad ognuno di noi può capitare di attraversare momenti difficili e confusi in cui capiamo di avere bisogno di un sostegno più efficace del semplice "momento di sfogo con l'amico del cuore". Un counselor ti aiuta a scegliere senza scegliere al posto tuo. Ti aiuta a ripartire lasciandoti la responsabilità dei tuoi passi. Ti sostiene nel cambiamento e nel recupero delle tue "energie sopite" nei momenti chiave della tua vita. Il percorso di counseling è quindi per definizione contenuto, legato ad un obiettivo di cambiamento specifico e può essere applicato alle diverse dimensioni della vita: relazioni familiari e/o di coppia, vita professionale, ecc.

Nel mio studio ho appeso da qualche giorno "la finestra dei fili ritrovati": ogni persona che è riuscita a ritrovare il proprio filo, nell'incontro conclusivo lo appende lì, come traccia del percorso fatto.

10 marzo 2009

Emozioni e società: il video

Come sono cambiate le espressioni sociali delle emozioni? Alcune suggestioni per notare le differenze delle quattro emozioni principali (tristezza, rabbia, paura, gioia) col mutare della società.
Filmato realizzato da me per le Giornate di Analisi Transazionale organizzate da AIAT e IAT nel dicembre del 2008 sul tema: "AT e società: sviluppi a cinquant'anni dal sistema di Psichiatria sociale di Eric Berne".


25 gennaio 2009

Non è tempo per noi



A meno che non viviate in un eremo o abbiate deciso di aprire un baretto su una spiaggia caraibica, vi capiterà di fare una lotta più o meno forte (e più o meno persa) contro il tempo.
Ovviamente le proprie abitudini caratteriali (quanto mi riempio la giornata) e le pressioni sociali (ad esempio: vivere a Milano o a Foligno) variano da persona a persona, ma c'è una dimensione che è spesso comune: il senso di fatica generato dal tenere più cose insieme, alcune volute ed altre (talvolta tante) "dovute" in un tempo limitato. Ecco allora la necessità di dover stabilire le priorità. I maestri del "time management" insegnano che è importante stabilire una gerarchia delle proprie attività seguendo due criteri: l'importanza e l'urgenza. Ci sono cose importanti ed urgenti che vanno fatte subito, ci sono cose non importanti e non urgenti che vanno tralasciate. I problemi sorgono con le altre due opzioni. Ci sono cose importanti ma non urgenti che vengono in genere superate dal quelle urgenti ma non importanti.
Per un manager, ad esempio, è importante dedicare del tempo a dei seri momenti di conoscenza e condivisione con i propri collaboratori. Ma "non c'è tempo"... Per un genitore potrebbe essere importante mantenere dei propri momenti di silenzio per evitare di essere fagocitato ed esaurirsi nelle mille faccende familiari. Ma "non c'è tempo"... E sempre per un genitore è importante avere del tempo da dedicare al gioco con i propri figli. Ma spesso questo non c'è perché "con tutto quello che ho da fare per mandare avanti la baracca..." Non c'è tempo!
In realtà il tempo non c'è per nessuno, per il semplice fatto che non esiste (vi risparmio la dimostrazione filosofica), quindi "non avere tempo" è un falso problema. Il vero problema è che le cose urgenti scacciano quelle importanti, ma per garantirci felicità occorre affrontare la fatica di dedicarci alle cose importanti. Nello spazio contenuto di questo blog, eccovi un consiglio "pronto all'uso".
Uno dei modi migliori per trovare tempo per le cose importanti ma non urgenti è quello di ritualizzarle. Riservare un'ora alla settimana per un dialogo libero con i collaboratori. Dedicare venti minuti al giorno alla "decompressione" personale. Al rientro dal lavoro, celebrare il rito quotidiano del gioco con i figli, che niente deve interrompere. Perché il rito, per definizione, ha a che fare con il sacro e non deve essere violato. Ci sarà poi da lottare contro la fregatura dell'abitudine (che fa perdere il gusto del rito e ne offusca il valore) attraverso un esercizio di creatività, ma questo è un altro discorso.
Ora vi saluto, devo correre perché ho da fare. Come dite? E' un po' di mesi che scrivo poco sul blog? Sì, lo so che è una cosa importante ma... non c'è tempo, con tutto quello che ho da fare...


22 dicembre 2008

Natale con i tuoi: oltre il teatrino

Che ci piaccia o meno, il Natale è la festa dei ritrovi familiari. Che, sulla carta, dovrebbero essere occasioni di serenità e convivialità ed invece per molti sono l'ennesima riproposizione di stanchi, tristi, pietosi copioni. Avevamo sperato di ritrovarci a tavola con i familiari con l'intenzione sincera di un momento piacevole e ristoratore dagli affanni ed invece ci ritroviamo a dover sopportare discorsi finti, ad assistere alla scena ritrita in cui ognuno ri-recita la propria affezionatissima parte (genitore brontolone, fratello perfettino, moglie premurosa, figlio ribelle, ecc). E non si parla di quello che veramente pensiamo, sentiamo siamo: ripetiamo le frasi che ci lasciano nel nostro ruolo e non ci permettono di incontrare veramente l'altro da cuore a cuore. Ecco allora che le feste natalize diventano un supplizio da sopportare con il sorriso "meno finto possibile" che riusciamo a sfoderare per salvaguardare la forma apparente. E paradossalmente, tutto questo acccade proprio con le persone con cui (idealmente) ci potrebbe esssere il massimo della condivisione. Che peccato! Abbiam perso un'altra occasione per recuperare "qui ed ora" un pezzo di felicità. Eppure potrebbe non essere così. Anche se la difficoltà di cambiare le cose è direttamente proporzionale alla forza delle abitudini.
Cari lettori, eccovi allora i miei auguri: che possiate sperimentare negli incontri familiari di queste feste la possibilità di relazioni più sentite, scrostando la patina del già-visto e gustando la possibilità di incontri più autentici. Si può fare? Direi di sì: cosa abbiamo da perdere?
AUGURI!

11 dicembre 2008

Prendere o lasciare?

Riporto una citazione da Le ali e la brezza del teologo cattolico X. Thévenot (Ed. Qiqajon, Bose 2002, pp. 157-159).
"Il piacere, a causa della sua qualità paradossale, è oggetto di fascino e nel contempo di timore. Così non c’è da meravigliarsi troppo se spesso lo si vede sacralizzato, cioè impiegato come una realtà di inquietante estraneità, che certamente promette un mondo meraviglioso, ma nel contempo minaccia malessere o morte se si arriva ad avvicinarla troppo. E dal momento che il sacro viene troppo spesso confuso con il divino, è comprensibile che le religioni, e tra queste il cristianesimo, abbiamo sempre incontrato difficoltà a prendere posizione nei confronti del piacere. In realtà, la lettura della tradizione cristiana mostra che alcuni teologi del passato hanno tenuto discorsi molto equilibrati sui piaceri; ma infinitamente più numerosi sono stati coloro – anche tra i più grandi -, che hanno demonizzato il godimento, specie quando era di ordine sessuale. Le loro affermazioni suscitano un profondo disagio nel lettore di oggi. Come si è potuto ripetere per secoli affermazioni come questa di Origene: “lo Spirito santo non è presente al momento del compimento degli atti coniugali”? Come si è potuto nutrire una diffidenza così forte nei confronti dei gesti erotici tra gli sposi, e soprattutto del piacere dell’orgasmo? Una religione la cui convinzione centrale è che il Figlio di Dio abbia assunto la carne dell’uomo, in che modo e perché ha potuto invece favorire una negazione così generalizzata del corpo sessuato e dei suoi godimenti? Certo, è possibile cogliere l’intenzione che animava la maggior parte di quegli scritti della tradizione cristiana: evitare di idolatrare le varie forme di godimento e così lottare contro la “tirannia” alla quale può condurre una ricerca travolgente dei piaceri. Un’intenzione di questo tipo non ha certo perso la sua pertinenza. Infatti il godimento intenso ha come effetto un’uscita da se stessi. Esso dà all’individuo l’espressione di oltrepassare con una trasgressione i limiti della sua condizione umana. rischia di tagliarlo fuori dal suo rapporto con l’umile realtà quotidiana. Il corpo, invece di restare uno dei segni privilegiati del dono gratuito del Dio creatore, finisce per non rimandare che a se stesso. Ma se ci si ferma soltanto alla denuncia di questa possibilità idolatrica inerente al godimento, si dimentica la qualità paradossale del piacere, e si soccombe così a un’altra forma di idolatria, altrettanto grave: quella che attribuisce alla volontà la falsa impressione di potersi dominare in modo pieno. In realtà, nel momento stesso in cui è in estasi, il piacere è anche esperienza di abbandono, un “lasciare la presa”, un venir meno dell’autocontrollo. Proprio attraverso questa esperienza, esso costituisce per l’individuo un richiamo molto esistenziale alla sua condizione di creatura. Lo obbliga a prender coscienza che, per godere bene, bisogna accettare di affidarsi al proprio corpo e a quello del partner che provoca il desiderio; il che limita l’aspirazione spontanea a non dipendere da nessuno. Per questo, porsi come obiettivo il non provare più piacere è una falsa ascesi. Equivale a idolatrare la propria capacità di controllo sul mondo e sugli altri; in fin dei conti significa voler diventare come Dio".