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19 gennaio 2018

Dallo specchio al mosaico

Oggi vi racconto la storia di Katia, Fernanda e Silvia. Sono tre donne coraggiose. Sono le socie della Cooperativa Sociale Il Faro che attualmente gestisce la comunità mamma-bambino "Balbis" di Brindisi e che ha in cantiere progetti di grande innovazione in ambito sociale. Hanno deciso di mettersi in discussione, di investire in un percorso di formazione e assessment per i collaboratori e per le stesse socie, per prepararsi meglio alle sfide professionali che le attendono.
Pensateci bene: una piccola realtà del non-profit del Sud, dimostra una lucidità e lungimiranza nella gestione che talvolta è merce rara anche nelle grandi aziende for-profit del Nord.
Il percorso fatto insieme a "Il Faro" è stato misto. Da una parte abbiamo lavorato alla costruzione del team, dall'altra abbiamo creato delle occasioni di valutazione delle competenze per comprendere le potenzialità di ogni collaboratore. parallelamente, le tre socie venivano coinvolte in un'attività di formazione e consulenza specifica, acquisendo maggiori competenze nella gestione delle Risorse Umane. Eccovi un piccolo video che prova a restituire un poco dell'atmosfera creatasi nel percorso.
Mi sorprende sempre quanto delle semplici attività possano colpire nel profondo e sollecitare o accompagnare un cambiamento personale ed organizzativo.


12 dicembre 2016

Clienti, colleghi, formati, formandi, corsi, soldi, ecc. (qualche riflessione sul mio lavoro)

Osservo molto quello che fanno i miei "colleghi" che lavorano a vario titolo nel variegato mondo della formazione e dell'empowerment: formatori, counselor, coach, qualcosa-terapeuti, psicoesperti vari.
Di alcuni di essi ho grande stima e cerco di ispirarmi a loro. Di molti altri non solo diffido, ma sconsiglio vivamente il ricorso ai loro servizi e mi dispiace per le persone che cascano nelle loro grinfie.
C'è poi una terza categoria che suscita in me emozioni contrastanti.
La prima è l'invidia. Li invidio perché hanno molti più "iscritti/clienti/follower/lettori" di me e questo è veramente un colpo basso al mio narcisismo. Accidenti! ...ed io che speravo di essere il più bravo, ammirato ed irresistibile! Ma come fanno? E del loro conto in banca,... vogliamo parlarne? Grrr... e qui parte la seconda emozione. La seconda emozione è la rabbia. Anzitutto nei confronti dei loro iscritti/clienti/follower/lettori che proprio non si rendono conto di essere presi per i fondelli e che pagano (spesso cifre veramente inspiegabili) per qualcosa che è letteralmente fuffa se non addirittura truffa. Ma alla fine, mi calmo un poco e cerco di ragionare: che cosa è, in realtà, che non accetto? Non sto facendo per caso come la volpe con l'uva? E se fosse la mia invidia a farmi vedere tutto nero? Non sarebbe più onesto mettermi con umiltà ad imparare da chi "ce l'ha fatta" a raggiungere degli obiettivi professionali che, sotto sotto, vorrei fossero miei?
Alla fine delle mie riflessioni, ho individuato delle costanti nell'operato di queste persone. Quasi un "metodo" implicito che me li rende lontani e che provo qui a descrivere.
1. Rivolgiti fondamentalmente a persone che abbiano soldi e che siano sufficientemente ignoranti rispetto alle tematiche che vuoi proporre.
2. Fai leva sui loro bisogni inespressi, sottolineando la loro inadeguatezza e proponendoti come l'unico, originale, nuovo mezzo/soluzione da cui farli dipendere come un santone/guru (nei fatti; a parole puoi sempre affermare che non sei il loro guru).
3. Presentati come IL NUOVO ed UNICO detentore di un sapere assolutamente originale, magari rivestito di termini altisonanti vagamente scientifici (meglio ancora se con una belle etichetta "Marchio registrato" ). Precisazione: devi essere molto bravo a farlo credere attraverso piccoli artifici di comunicazione che fanno leva sull'ignoranza altrui o essere abbastanza esaltato da crederci veramente tu per primo.
4. Evita con cura qualsiasi riferimento alla condizione umana e alla sua concreta, tangibilissima realtà fatta di carne, sangue, sudore e fragilità. Proponiti come un mezzo per raggiungere cose astratte ed inumane quali "perfezione, eccellenza, successo".
5. Evita i distinguo, i dubbi e le sfumature di senso. Poniti come fornitore di ricette e metodi tanto infallibili quanto ready-to-use. Soprattutto, fai leva sull' "io" e sulla sua presunta assoluta onnipotenza (tanto se falliscono o si vanno a sfracellare sarà sempre colpa loro che "non volevano abbastanza"); evita di alimentare qualsiasi riflessione sui meccanismi sociali (unica eccezione: far risultare i legami sociali sempre e solo come inutile zavorra alla propria felicità e realizzazione).

Io mi pongo agli antipodi di tutto questo. Sul piano deontologico e valoriale, la mia azione (e non solo la mia, grazie al cielo!) segue questi criteri:
1. Mi rivolgo a persone che possano sentire un bisogno di crescita o un interesse culturale ad approfondire ciò che propongo al di là della condizione economica/culturale o delle mie esigenze di portafoglio.
2. Cerco di lavorare in un logica di "OKNESS" reciproca: anche se hai bisogno di un mio contributo professionale non è perché tu sia stupido o non valga niente. Il fatto che io (in alcuni ambiti del sapere) possa saperne di più non fa di me una persona "migliore" di te. Tu hai una positività alle spalle, io ti affianco per fartela riscoprire, integrando conoscenze o riorientandole. Voglio che le persone si emancipino realmente e camminino con le proprie gambe, non che dipendano da me.
3. I contenuti del mio lavoro sono solo in minima parte frutto della mia creatività. Sono frutto di intellettuali, filosofi, psicologi, scienziati che hanno condiviso il loro sapere nella maniera più ampia possibile. Non spaccio come mia invenzione ciò che è stato formulato da altri né imbelletto dietro sigle altisonanti (o, peggio, marchi registrati) un sapere che ha radici antiche nella filosofia, nella saggezza popolare, nelle lavoro di grandi scienziati... e ho piacere che le persone possano approfondire anche in altri luoghi e modi, magari attraverso il contatto diretto con le fonti.
4. Il mio contributo è orientato all'equilibrio della persona nelle sue varie dimensioni. Aiutare a raggiungere livelli più alti di performance non è un mio obiettivo professionale perché la performance non è un bene in sé, ma va inserita in una visione globale della persona (talvolta potrebbe essere addirittura portatrice di effetti disastrosi). A me sta a cuore la concretezza delle persone, non l'astrazione disumanizzante o il suo appiattimento monodimensionale.
5. Propongo chiavi di lettura e spunti metodologici (nei quali credo profondamente), che a mio avviso sono "sensati" e potenzialmente efficaci nel sostegno alle persone e alla loro crescita. Ma non detengo la "chiave universale" e stimolo le persone a maturare per quanto possibile un senso critico "abitando il dubbio" e le sfumature. Soprattutto, oriento verso una crescita armonica della persona "dentro" le relazioni, sostenendo la maturazione di relazioni forti per quanto faticose e scoraggiando comode fughe verso il solipsismo.
Su tutto il resto, invece, ho tanto da imparare anche da questi colleghi così lontani dai miei principi, per esempio: chiarezza dei destinatari, capacità di fare rete professionale, finalizzazione degli investimenti, valorizzazione delle proprie competenze, riconoscimento economico del lavoro, efficacia delle iniziative di comunicazione,...
Quindi scusate, ora vado a studiare.

09 novembre 2015

Grazie

[Scritto da me e liberamente ispirato al principio montessoriano "Imparare dai bambini ad esser grandi" - ]

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Quando tu sei nato, sono nato anch’io.
Tu l’alieno, il diverso e l’uguale.
Io il padre neonato di un bimbo neonato.

Poi tu hai iniziato a crescere.
Mi avevano avvisato male;
mi avevano fatto credere
che la fatica di crescere sarebbe toccata solo a te.
Ma tu crescevi e ho dovuto imparare tutto. Da capo.
Tu imparavi a parlare
e mi hai insegnato a dover scegliere le parole.
Poi hai imparato a camminare
e mi hai costretto a ripensare lo spazio.
Volevi una carezza
e mi hai fatto fare i conti con le carezze che non ho avuto.
Piangevi
e mi hai risvegliato dall’illusione di un figlio di plastica.
Volevi sapere. Perché questo sì? Perché questo no?
E ho dovuto imparare a distinguere i valori profondi
dalle mie rigidità abitudinarie.
Io volevo correre
e tu mi costringevi a gustare la lentezza.
Volevo fermarmi,
ma tu hai preteso che, ancora una volta, ripartissi.
E ogni giorno, ad ogni tappa, ad ogni scoperta,
mi scuoti dalla voglia di un riposo prematuro,
mi costringi ad un esodo perenne.
Lo confesso:  starti dietro è una gran fatica.
Ma è la fatica della felicità.

Grazie
perché è con te che scopro nuovi mondi,
nuovi modi di essere,
nuove idee, nuove possibilità.
Scopro di non essere finito
e di essere capace di cose
che mai avrei immaginato.

Crescere ancora
è il privilegio dell’esserti padre.


09 maggio 2015

Sabato 16 maggio: "Non ci casco più!"

"Uffa, è successo di nuovo! Ma com'è che vado a cacciarmi sempre in queste situazioni?" . 
Se vi ritrovate a fare ogni tanto pensieri simili, allora siete tutti invitati sabato 16 maggio, dalle ore 16.00 alle ore 19.00 al workshop "Non ci casco più".
In questo workshop daremo un nome ai nostri schemi abitudinari di relazioni, che ci sembrano "naturali" e obbligati e che invece sono modificabili. Presenterò il modello delle cosiddette "spinte copionali" elaborato dall'Analisi Transazionale, capiremo quali sono i nostri schemi e delineeremo qualche antidoto per poterli neutralizzare.
L'incontro si tiene a Lecce presso lo Studio Viva.io ed ha un costo di € 25,00.
E' necessaria la prenotazione al numero 349.0063946

25 settembre 2013

30 giugno 2013

C'ero una volta... - Vacanza e crescita personale 2013


Cari amici del blog, avete già organizzato le vostre vacanze? Io ho una proposta da farvi.
Dal 30 luglio al 2 agosto venite con me a "C'ero una volta..." una vacanza speciale che unisce relax e crescita personale. Si svolgerà in Umbria in un posto splendido e ha un costo veramente contenuto (tre giorni di vacanza, vitto alloggio e corso completo, a soli € 350,00 a persona).
Si tratta di un'iniziativa creata in collaborazione con "Amalgama - vacanze e corsi" e potete trovare tutte le info nella sua pagina facebook - sezione eventi, oppure contattarmi direttamente al 349.zerozeroseitrenovequattrosei -
Intanto vi "copioeincollo" i testi del depliant promozionale.
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“...e vissero felici e contenti” è il finale che le fiabe assicurano ai loro immaginari protagonisti.
Ma è possibile vivere “felici e contenti” anche per noi, persone reali fatte di corpo, pensieri, emozioni?
“C'ero una volta...” è un'esperienza di formazione dedicata a chiunque stia facendo i conti con il desiderio di felicità nella propria vita.
Ripercorreremo in tre tappe (passato, presente, futuro) la nostra storia personale e, attraverso la narrazione ed il confronto con quella degli altri partecipanti, capiremo come fare spazio alla felicità.
Perché anche noi, principi e principesse della vita quotidiana, possiamo meritarci di vivere “felici e contenti”... o almeno più sereni

COSA
“C’ero una volta” è un percorso formativo inserito all’interno di una vera e e propria vacanza. Sarà quindi un’occasione per coniugare il proprio relax con un’esperienza di crescita personale..

QUANDO
Dal 30 luglio al 2 agosto 2013.
Gli arrivi in struttura sono previsti nel primo pomeriggio del 30 luglio (alle ore 18.00 si svolge una prima attività di presentazione e avvio del percorso formativo). La partenza è prevista dopo il pranzo del 2 agosto.

DOVE
Il percorso formativo “C’ero una volta...” si svolge tra le colline più belle dell’Umbria a Porchiano del Monte, Amelia (TR). Saremo ospitai di “Casa Angelica”, uno splendido casale con piscina immerso nel verde (www.casagelica.com).

COSTI
Il costo globale è di € 350,00 comprensivi di soggiorno completo (pasti, pernottamenti) e percorso formativo. Restano a carico dei singoli partecipanti i costi di viaggio.

CON CHI
Il conduttore del percorso è Francesco Aprile, formatore e counselor specializzato in Analisi Transazionale. I suoi incontri formativi si sviluppano in una serie di attività (giochi d’aula, canzoni, vignette, simulazioni, attività creative, …) che coinvolgono i partecipanti a vari livelli perché il lavoro comune lasci una traccia (piccola o grande che sia) nella loro vita. È membro di AssoCounseling con la qualifica di “Professional Counselor” e dell’AIAT (Associazione Italiana di Analisi Transazionale) con la qualifica di “Consulente della comunicazione”. www.francescoaprile.net

INFO ED ORGANIZZAZIONE
“C’ero una volta...” è una proposta di Amalgama Vacanze e crescita personale.
Per info: amalgamavacanze@tiscali.it oppure contattare direttamente Sara al 340 722 72 03.

08 maggio 2013

Ricomincio da me

Ricordate il progetto "Manhattan Controtransfert"? Ecco una nuova puntata...
In occasione del IV convegno nazionale di AssoCounseling, ho proposto agli organizzatori un itinerario di canzoni di musica leggera italiana per ripercorrere il counseling e le sue tematiche in forma musicale. Hanno accettato e così i Manhattan Controtransfert si sono lanciati nella loro prima lunghissima tournée, raggiungendo Milano con un mini-spettacolo di dodici brani (da Fossati a Gaber, da Ligabue a Branduardi).
Per sfortuna di chi doveva ascoltarci, Luisa, la nostra bravissima cantante ufficiale, non ha potuto segurici in trasferta e così ho dovuto cantare io... Ma le mie qualità canore puntano al massimo ad un "6 politico per grazia degli ascoltatori", e questo non era possbile ottenerlo su tutti i  brani... In particolare la mia esecuzione in prova della canzone "Dentro" di Niccolò Fabi (splendida per introdurre il tema della riscoperta delle risorse interiori) implorava vendetta al dio della musica. Andava sostituita.
Ma siccome, per quanto cercassi, non me ne veniva in mente un'altra degna, alla fine, per tagliar corto, ne ho scritto una io. Quindi... beccatevi il video e buon ascolto!

09 settembre 2012

"Cambiamento" fa rima con...

Cambia il vento, ne cambian cento...
Io stento: che disorientamento!
E che sento? Un gran tormento!
Mi dico "Attento! E se poi mi pento?"
Ma al passato l'attaccamento
non procura godimento.
E allora tento.
Magari parto lento, mi sperimento,
poi sedimento quel che divento,
e se cambio dentro...
son contento: è il cambiamento!

(Francesco Aprile)

09 giugno 2010

Aprire le zolle

"Aprire le zolle" è il titolo di un piccolo libro che l'autrice Anna Rita Smiraglia, alla sua prima esperienza letteraria, mi ha chiesto di presentare "in quanto counselor". Lo faccio con molto piacere perché è la storia di un cambiamento. Pagina dopo pagina seguiamo la fatica e la gioia di una rinascita, della riscoperta della propria dignità e di una nuova identità. E' la storia di tante donne che decidono di rompere con il passato ed aprirsi ad una vita nuova. E' la storia di ogni essere umano che, come un seme, ha bisogno di spaccarsi pur di vivere rigoglioso, di "aprire le zolle" per ri-trovare finalmente il suo posto nel mondo. I pregi di questo libro sono a mio avviso soprattutto questi tre:
1. DA' VOCE ALLA QUOTIDIANITA' SENZA VOCE

Parla di molti, dà voce a tante storie quotidiane che generalmente vengono tenute nascoste... Tra le pagine di questo libro ci si ritrova perchè è solo parzialmente autobiografico ed è fatto con tanti frammenti di storie unificati dall'unico io narrante femminile. A volte noi crediamo che la nostra vita sia indegna di racconto, banale. Invece così non è ed è un merito dell'autrice di aver dato voce a questa vita quotidiana insespressa.
2. E' LA NARRAZIONE DI UN CAMBIAMENTO CHE INVOGLIA AL CAMBIAMENTO.

Leggiamo di questa protagonista che attraversa fasi belle e brutte, momenti di slancio di vita intensa e momenti faticosi di solitudine, trasporto ed abbandono,... In questa altalena emotiva però la protagonista compie una maturazione progressiva. Si tratta di un percorso che è un po' una ri-nascita che, come ogni nascita, è accompaganta da un travaglio (e questo le donne lo sanno molto meglio di noi maschietti)... Così anche la ri-nascita di questa protagonista/di noi protagonisti è accompagnata dalla fatica, da esperienze difficili, dall'amarezza ma proprio come una vera nscita, la VITA che ti ritrovi tra le mani alla fine è così preziosa e bella e di valore che ti concentri su questo frutto bello, ringrazi Dio... e al diavolo le sofferenze!

Noi lettori pagina dopo pagina siamo invogliati a cambiare. A rileggere le nostre fatiche quotidiane in una luce diversa.
Io credo che esista un dolore assurdo ed inutile che vada evitato. Ma talvolta crescere, cambiare, vivere comporta giocoforza limiti, fatiche e dolori inevitabili che possono avere senso. Non è automatico, "possono avere senso" se costruiamo una storia di cambiamento ATTRAVERSO questo dolore, questa fatica...E quindi è un libro di speranza perché fa partecipare il lettore a queste fatiche, ma fa gustare anche la bellezza di questo cambiamento. E quale è questo cambiamento?
3. PRENDERE IN MANO LA PROPRIA VITA ED ESSERE RESPONSABILI DELLA PROPRIA FELICITA'
Io credo che sia questo il messaggio del libro. Mi dispiace che qualche lettore disattento o superficiale possa leggerlo come un libro sui matrimoni che finiscono. La questione è più sottile e più ricca. Infatti, soprattutto nella secodna parte, fa capolino il tema delle SCELTE.
La voce narrante, riflettendo su quello che ha vissuto nel passato e che sta vivendo nel presente, decide, sceglie. Sono due verbi facili da pronunciare ma non da vivere perché...

- abbiamo sempre lascito scegliere altri per noi e non sappiamo più come si fa...

- decidere significa etimologicamente TAGLIARE, rinunciare a qualcosa in maniera netta in favore di qualcos'altro...

- decidere significa anche prendersi la responsabilità in caso di errore: se IO decido e le cose vanno male l'errore l'ho fatto io... se io NON DECIDO posso sempre dare la colpa agli altri alla vita, al destino... e ci sono tante persone che non vogliono decidere per non rinunciare a questa infantile e comoda de-responsabilizzazione
.
La voce dell'autrice invece ci racconta di una di una presa di responsabilità e anche in questo caso, seguire il suo processo decisionale invoglia il lettore a fare le proprie scelte di vita, a non aspettare una felicità modello “principe azzurro” ma a costruire un presente diverso, migliore per sé e per gli altri. All'inizio di questa storia, la voce narrante prende consapevolezza di tutto questo, anche se costa fatica e dice: "A volte viviamo i disagi e le mortificazioni accettando tutto fiaccamente perché riteniamo ormai il nostro cammino segnato. E a quell'andare ci adagiamo, procediamo lungo la strada della nostra esistenza per inerzia. Lo squallore della vita è rassegnarsi a rimanere dove sei perché non credi di poter avere di emglio, di meritare di più" (pag. 23).
Dopodichè pagina dopo pagina noi partecipiamo a questo percorso che ha bisogno di tempo ... e nelle ultime pagine, il percorso è compiuto. Indietro non si torna e leggiamo delle parole molto forti che auguro a tutti di poter pronunciare prima o poi nella propria vita: "E' tempo di vivere, di volersi bene, di essere me stessa. Adesso che sono finalmente libera di essere me stessa" (p. 77).

25 ottobre 2008

Filastrocca-counseling: Gianni Rodari

Gianni Rodari, un autore ancora troppo sottovalutato della letteratura italiana. La sua forma di scrittura semplice e giocosa ed il fatto che scrivesse "per i piccoli" continuano a relegarlo sullo scaffale della "letteratura per l'infanzia". Invece la sua opera variegata spazia dal componimento didattico al divertissement letterario, dalla rima "socialmente impegnata" all'intuizione puntuale sui processi psichici della socialità. Al centro di tutto la creatività, quindi la capacità di cambiare, crescere, innovare, in ogni senso. A chi voglia accostarsi a questo grande autore consiglio di partire dalla raccolta "I cinque libri" edita da Einaudi, impreziosita dai disegni di Bruno Munari (altro grande, di cui parleremo un'altra volta).
Ecco alcune delle mie filastrocche preferite, che uso spesso anche nelle aule di formazione.

PROVERBI

Dice un proverbio dei tempi andati: "Meglio soli che male accompagnati".
Io ne so uno piu’ bello assai: "In compagnia lontano vai".
Dice un proverbio, chissa’ perche’, "Chi fa da se’ fa per tre".
Da questo orecchio io non ci sento: "Chi ha cento amici fa per cento".
Dice un proverbio con la muffa: "Chi sta da solo non fa baruffa"
Questa io dico, è una bugia: "Se siamo in tanti, si fa allegria".

IL PAESE SENZA ERRORI
C'era una volta un uomo che andava per terra e per mare
in cerca del Paese Senza Errori.
Cammina e cammina, non faceva che camminare,
paesi ne vedeva di tutti i colori,
di lunghi, di larghi, di freddi, di caldi, di così così;
e se trovava un errore là ne trovava due qui.
Scoperto l'errore, ripigliava il fagotto
e ripartiva in quattro e quattr'otto.
C'erano paesi senz'acqua, paesi senza vino,
paesi senza paesi, perfino,
ma il Paese Senza Errori dove stava, dove stava?
Voi direte: era un brav'uomo, uno che cercava una bella cosa.
Scusate, però,non era meglio
se si fermava in un posto qualunque,
e di tutti quegli errori ne correggeva un po'?

I BRAVI SIGNORI
Un signore di Scandicci
buttava le castagne e mangiava i ricci.
Un suo amico di Lastra a Signa
buttava i pinoli e mangiava la pigna.
Un suo cugino di Prato
mangiava la carta stagnola e buttava il cioccolato.
Tanta gente non lo sa
e dunque non se ne cruccia:
la vita la butta via
e mangia soltanto la buccia.

ALLA VOLPE
Questo è il pergolato e questa è quell'uva
che la volpe della favola giudicò poco matura
perché stava troppo in alto.
Fate un salto, fatene un altro.
Se non ci arrivate, riprovate domattina,
vedrete che ogni giorno si avvicina il dolce frutto;
l'allenamento è tutto.

ALLA FORMICA
Chiedo scusa alla favola antica
se non mi piace l'avara formica.
Io sto dalla parte della cicala
che il più bel canto non vende, regala.

10 ottobre 2008

Gene e sregolatezza

Siamo nati così e non ci possiamo fare niente oppure siamo il frutto dell'esperienza e dell'educazione? Da quando l'uomo ha cercato di riflettere su se stesso e sul mondo, ponendosi domande sul senso, la lotta tra queste due correnti di pensiero è sempre stata molto accesa. Per molti il nostro modo di essere ("è così di carattere") è una specie di marchio genetico che nessuno può modificare, per cui una persona nata "col carattere incazzoso" è destinata ad esserlo per sempre, magari può imparare a controllarsi ma, come dice il proverbio, "Chi nasce tondo non muore quadrato". Dall'altra parte ci sono tutti coloro che, dando peso alla storia individuale o sociale di ognuno, vedrebbero quella stessa rabbia come un modo tra i tanti possibili di reagire al mondo esterno, modo che è stato appreso e quindi, almeno in alcuni casi, potrebbe essere cambiato. Ora, grazie agli studi sul cervello e lo sviluppo delle neuroscienze, sembra ormai chiaro che questa divisione netta tra fattori genetico-naturali e fattori culturali è superata. Si parla ormai di epigenetica. Le incredibili capacità plastiche di ri-modellamento delle reti neuronali, l'interazione coevolutiva organismo/ambiente ed altri fattori fanno ormai concludere che i fattori genetici diventano fattori culturali e i fattori culturali (stile di vita, alimentazione, modelli di pensiero, ecc.) si trasformano in materiale genetico che "ci entra dentro". Da una parte, quindi, si evitano le illusioni del volontarismo che nega il peso dell'eredità naturale su ognuno di noi; dall'altra resta sempre aperta la via del cambiamento personale che, se ben nutrito, può addirittura rimodellare il nostro corpo. Che ne deriva da tutto questo pistolotto? Che lo stile di vita che conduciamo è una cosa troppo importante che va scelta e ben curata. La qualità di quello che mangiamo, la qualità della musica che ascoltiamo o dei programmi che vediamo, ecc, non sono fattori accessori della nostra esistenza, ma ci entrano letteralmente e fisicamente "dentro". Quindi, chiunque voglia vivere meglio, non può dare la colpa al passato o al cromosoma del nonno che ci ha trasmesso la metereopatia. Non possiamo essere felici se ci nutriamo con la robaccia industriale comprata col chiodo fisso del risparmio senza qualità. Non possiamo essere persone "belle dentro" se il nostro spirito si nutre di reality-show e le nostre orecchie non sanno scegliere tra una allitterazione ricercata di Caparezza ed un verso idiota degli 883. Non è indifferente passare una serata in un locale la cui musica non permette neanche di parlarsi o a casa in compagnia di affetti sinceri, con un amico che porta la chitarra ed un altro che porta una bottiglia di quello buono. Vivere meglio è una scelta di vita.

03 settembre 2008

Uomini o caporali?

Vi sarà capitato di conoscere qualche persona che, anche al di fuori del contesto professionale, si porta dietro un modo di fare e di relazionarsi legato al suo ruolo. Magari sarà stato un militare che parla ai suoi figli come ad una truppa o di un insegnante che va a caccia dell'errore anche con il marito. Il ruolo ha travalicato il suo ambito funzionale di applicazione, diventando qualcosa che addirittura "struttura la persona". La potenza dei ruoli non va sottovalutata perchè rischia di cancellare la ricchezza dei rapporti, riducendo l'incontro tra due persone ad un copione tra due personaggi. Come se questo non fosse già abbastanza grave, c'è dell'altro.
C'è un famoso esperimento di psicologia sociale risalente ormai a quaranta anni fa, che ha messo in mostra in maniera evidente dei meccanismi interessanti proprio legati al ruolo. Si tratta del famoso e tanto discusso "Stanford Prison Experiment" condotto da Philip Zimbardo (ora raccontato per intero in P. Zimbardo, L'effetto Lucifero, Raffaello Cortina Editore, € 38,40 - un bel mattoncino di 700 pagine ma comunque scorrevole e piacevole da leggere se avete intresse per la psicologia).
Per studiare alcuni aspetti della vita carceraria, Zimbardo chiese a degli studenti di simulare la vita di prigione in un'ala dell'università di Stanford. I ruoli di guardia e prigioniero furono affidati a caso all'interno del gruppo di volontari, che venivano retribuiti per la loro disponibilità e che, da contratto, avrebbero potuto in qualsiasi momento ritirarsi dall'esperimento. Come andò a finire? Al sesto giorno l'esperimento fu interrotto per la situazione aberrante che si era creata, con le finte guardie che infliggevano ai finti detenuti dei realissimi maltrattamenti, travalicando il mandato della simulazione in una escalation agghiacciante di violenze fisiche e psichiche. L'analisi di Zimbardo sottolinea che non fu colpa "di qualche mela marcia, ma del cesto che fa marcire le mele". I volontari/guardie cioè, non erano "bastardi dentro" in origine, ma, influenzati dal contesto, fecero cose terribili perché ritenevano che quello fosse quanto richiesto dal loro ruolo (sebbene nessun organizzatore lo avesse chiesto e addirittura travalicando alcune regole del gioco).
Io trovo che l'insegnamento più forte di questo esperimento venga in realtà da chi impersonava i finti detenuti. Entrati completamente nella loro parte, in pochi istanti dimenticarono di essere all'interno della simulazione e, davanti ai soprusi, nessuno chiese di andarsene o di sospendere il gioco. Come mai? In quanto "detenuti" stavano al gioco al punto tale da essersi "rassegnati" come detenuti veri a ciò che le guardie facevano. Non vedevano più le possibilità di uscita (del resto, come ci insegnano altri contributi, una parte del nostro cervello non distingue tra finzione e realtà - è il motivo per cui ci commuoviamo vedendo un film). La prigione era nella loro mente e si chiamava "ruolo del detenuto", che impediva loro di vedere delle potenzialità delle possibilità di cambiamento o di miglioramento.
E noi? A quale ruolo/convinzione sacrifichiamo la nostra identità? Di quale ruolo siamo così prigionieri da non vedere possibilità di cambiamento che magari sono sotto i nostri occhi e non ce ne accorgiamo?


"L'Esperimento carcerrario di Stanford, che è cominciato come una prigione simbolica, è progressivamente diventato una prigione fin troppo reale nella mente dei detenuti e delle guardie. Quali sono le altre prigioni autoimposte che limitano le nostre libertà fondamentali? I disturbi nevrotici, un basso livello di autostima, la timidezza, il pregiudizio, la vergogna e l'eccessiva paura del terrorismo sono solo alcune delle chimere ce limitano la nostra potenziale libertà e felicità, accecando la capacità di valutare pienamente il mondo intorno a noi" (P. Zimbardo, L'effetto Lucifero, p. 28).

28 marzo 2008

La buca nella strada



Autobiografia in cinque brevi capitoli
di Portia Nelson

Capitolo primo
Cammino lungo una strada.
C'è una buca profonda nel marciapiede.
Ci casco dentro.
Sono perduto, non posso farci nulla, non è colpa mia.
Ci metto una vita per uscirne.


Capitolo secondo
Cammino lungo la stessa strada.
C'è una buca profonda nel marciapiede.
Faccio finta che non ci sia.
Ci casco dentro.
Non posso credere di essere ancora nello stesso posto.
Ma non è colpa mia.
Mi ci vuole un sacco di tempo per uscirne.

Capitolo terzo
Cammino lungo la stessa strada.
C'è una buca profonda nel marciapiede.
La vedo benissimo.
Ci casco dentro di nuovo; è un'abitudine.
Ma i miei occhi sono aperti: so dove sono.
È colpa mia.
Ne esco immediatamente.

Capitolo quarto
Cammino lungo la stessa strada.
C'è una buca profonda nel marciapiede.
Ci cammino intorno.

Capitolo quinto
Me ne vado per un'altra strada.

02 febbraio 2008

Il tesoro nascosto

Nell'ultimo post ho fatto una breve riflessione sulle difficoltà e le situazioni difficili che si nascondono "sotto la crosta" della normalità. Ma l'esplorazione non finisce qui: se vogliamo scavare ancora un po' ed arrivare al fondo vero, ecco che un tesoro ci aspetta.
Con un ascolto attento e paziente è possibile accorgersi dell'immenso tesoro sepolto che gli uomini si portano dentro. Sono ricchezze incredibili: idee inespresse, forze sopite, progetti interrotti, energie tanto potenti quanto generalmente accantonate.
Non voglio alimentare facili ricette psiconewagiste della serie "la risposta è dentro di te" ("epperò è sbagliata" risponderebbe il buon Guzzanti di "Quelo"). Ma credo profondamente nella positività originaria degli uomini, nella buona stoffa con cui le fibre dell'essere umano sono intessute (qualcuno direbbe "a immagine e somiglianza di Dio"). La difficoltà semmai sta nel trovare il coraggio per far affiorare il tesoro e la strada per riuscire a valorizzarlo.
E' qui che la sistuazione si fa più difficile, perché entra in gioco la responsabilità. Responsabilità significa che ho in mano il potere di fare e cambiare, ma l'esito non è certo: si può sbagliare. Sta a noi scegliere ed agire, ma il risultato non è assicurato, perché siamo limitati e non abbiamo tutte le soluzioni in tasca. Sembra allora essere questo il motivo principale del fatto che poi il tesoro rimanga nel cassetto: chi non fa non sbaglia, come dice il vecchio proverbio. Qui il tema si fa ancora più intrigante, perché ci porta alla questione del fallire/ripartire, ma ne riparleremo in seguito. Per ora fermiamoci qui, nella contemplazione ammirata del tesoro nascosto che ci portiamo dentro e che facciamo così tanta fatica a riconoscere (in noi stessi o negli altri).
Con un sottofondo musicale che vi consiglio:
"Per ogni giorno piovuto dal cielo
e capitato bene o male a terra
con la tua guerra che non c'è chi perde, né però chi vince...
Per ogni amore sbagliato d'un pelo
oppure perso giocandolo a morra
o attenso in coda col tuo numerino e sei il solo a non spingere...
Per ogni ora passata in campo
e non ti sporchi neanche la maglietta
ci vuol sudore e un minimo di cuore se non vuoi lo zero a zero...
Per ogni passo strisciato o stanco
e nel frattempo tutto il resto e fretta
e la scelta è: o resti fuori o corri per davvero...
Io solo che quando tocca a te... tocca a te!"
(Ligabue, Quando tocca a te - ASCOLTA TUTTO)

07 gennaio 2008

Sotto la crosta

Più mi addentro nell'attività di counseling e più mi rendo conto di quanta fragilità umana e sofferenza ci siano in giro. Soprattutto sto notando come problemi seri di relazione, di coppia, di famiglia, vengano nascosti dietro una crosta di apparente normalità o, per meglio dire, di negazione. E basta un piccolo colpettino perché la vernice salti lasciando intravedere le crepe. Come la polvere messa sotto il tappeto, il problema non scompare, è sempre lì. Come un fuoco sotto la cenere, cova in attesa di recare danni maggiori in futuro.
La vera forza non sta nell'incassare sempre e comunque facendo buon viso a cattivo gioco, ma sta nell'ammettere "io ho un problema", riconoscerlo e cercare la strada migliore per gestirlo.
Il counseling è una delle possibilità/risorse attivabili, ma non è certo l'unica strada percorribile. Amici o associazioni, familiari o terapeuti, servizi istituzionali o di volontariato: il mondo fornisce una forte gamma di possibilità di ripresa. Una volta scartate le opzioni non adatte e quelle palesemente deleterie (santoni e cartomanti) sta solo a noi attivarci.
3, 2, 1, ... VIA!

15 novembre 2007

Il traguardo di Daniele

Nel mondo della formazione e del counseling si citano molto spesso storie ed esperienze prese dal mondo dello sport. Mi rendo conto che è una "casistica" molto ricca e forte ma, non avendo passioni sportive, non la padroneggio.
Ma ora posso rimediare per interposta persona... Ladies and gentlemen, ecco a voi il mio amico Daniele!
E' stato il mio compagno di stanza al Master ed ha appena coronato il suo sogno di correre per intero la
Maratona di New York. Sul suo blog ha tenuto il diario di questa idea che a molti può sembrare bislacca ma che vi invito a ripercorrere, post dopo post, fino alla sua splendida conclusione. Leggete almeno l'ultimo post dove racconta come è andata la sua esperienza con tanto di mini-video di commento. Guardatelo sorridere al traguardo, immedesimatevi nel suo passo, ora stanco, ora agile, ora trepidante.
Quella di Daniele è una lezione di vita, un esempio di cambiamento positivo, non potevo lascarmi sfuggire l'occasione e l'ho intervistato:

Parliamo di motivazione: cosa ti ha spinto a tentare un'impresa del genere?
Mi ha spinto la voglia di mettere alla prova me stesso su un terreno nuovo: la corsa. L’avevo sempre vista come uno sport molto faticoso e privo di quella carica di entusiasmo che possono dare altre attività quali il calcio, il basket, il tennis. Era un terreno nuovo per me e significava il dover assumere un impegno forte, che necessitava di costanza e resistenza. Una sfida ai miei limiti.

Nella tua preparazione hai incontrato delle diffcoltà fisiche ed emotive: come le hai affrontate?
La corsa prolungata è un mix di difficoltà fisiche ed emotive. Fisiche perché praticamente tutti i muscoli del corpo vengono sollecitati ed emotive perché richiede un forte controllo psicologico che eviti la noia e soprattutto permetta al fisico di non mollare nei momenti di maggior fatica. E per me, che non ero abituato a queste sollecitazioni, le difficoltà sono arrivate sia all’inizio della preparazione, anche quando i minutaggi erano molto ridotti, che negli ultimi mesi quando le uscite arrivavano a superare le due ore per arrivare fino a tre ore. Il migliorare la forza psicologica e la capacità di “tenere” è stato fondamentale. E su questo terreno il pensiero all’obiettivo finale è stato un elemento importantissimo: pensare che quello che si sta facendo è necessario per poter tagliare il traguardo della Maratona di New York è stata una spinta impareggiabile. Sulle difficoltà fisiche relative al mio ginocchio non mi dilungo, basta un’occhiata al blog e direi che ne ho parlato anche troppo…

Proviamo ad identificare le cose che più ti sono state d'aiuto nel coronare questo sogno: pensieri (cosa dicevi a te stesso, cosa pensavi di te, come ti immaginavi l'obiettivo, il traguardo), azioni (che comportamenti hai messo in atto, che scelte hai fatto), emozioni (quando? utili o negative? come le hai gestite?)
I pensieri erano rivolti principalmente allo striscione d’arrivo. Quasi in ogni uscita lunga mi ritrovavo inconsapevolmente ad immaginare il mio arrivo a Central Park. E pensavo che se uno come me, che in vita sua non aveva mai corso più di venti minuti, può arrivare in soli otto mesi, partendo da zero, a completare una maratona vuol dire che ogni cosa, se la si vuole, in qualche modo è raggiungibile. La maratona come parabola per una motivazione doppia in ogni ambito della vita.
Le azioni sono state semplicemente quelle di seguire attentamente una tabella. Prendere sul serio l’impegno e non trovare scuse con me stesso. Se quella è stata la scelta dovevo confermarne le conseguenze: mettere in essere un allenamento serio.
Negli otto mesi di preparazione ho vissuto ogni emozione positiva ed il suo contrario. La gioia per arrivare a completare settimana dopo settimana i piccoli traguardi, la rabbia per l’eccessiva fatica che provavo in certe uscite (quando invece credevo di aver raggiunto un miglior allenamento) e quando si è presentato il problema fisico, la paura di un incidente o di un infortunio (come poi è accaduto) che poteva far crollare il sogno. E per le emozioni il mio blog è stato uno strumento inaspettatamente efficace. Scrivevo quello che provavo e di volta in volta arrivavano visitatori che portavano il loro sostegno od incitamento. Non mi sarei mai aspettato che il blog diventasse così popolare e potesse dare la spinta che poi mi ha dato. Importante nella gestione delle emozioni è stato anche il fatto di poter talvolta fare allenamenti in compagnia. Condividere la fatica, scambiare due chiacchere correndo o impressioni sulla progressione della propria forma è stato sicuramente utile.

Dopo aver raggiunto il tuo traguardo cosa pensi di te stesso? è cambiata la tua immagine interiore?
L’ho scritto in diversi sms che ho mandato in risposta ad amici che mi chiedevano come era andata: nel post maratona mi sentivo una sorta di
Iron Man. E su questo ha influito anche la resistenza al dolore e la capacità di superare la difficoltà fisica relativa al problema al ginocchio. Mi sono sentito forte, psicologicamente determinato e capace di soffrire per provare poi emozioni positive impareggiabili. Volevo tagliare quel traguardo e l’ho raggiunto, la mia autostima ne ha sicuramente tratto vantaggio…

01 novembre 2007

"Ci cangia 'ddifrisca"

Se non siete salentini dovete prima sapere cosa significa "ddifriscu" (o "ddafriscu" o "ddefriscu" a seconda del paese d'origine). Immaginate un'estate torrida nel meridione d'italia, quando l'afa ti soffoca, il sole ti brucia e ogni movimento è causa di fatica e pesantezza. In una situazione del genere vuoi solo una cosa: "ddifriscare", che significa sì "rinfrescarsi", ma molto di più, perché parliamo di un ristoro riposante, un relax rigenerante. E' questo il senso di "ddifriscu".
Ora torniamo al proverbio salentino citato nel titolo. "Ci cangia ddifrisca", chi cambia rinfresca/ddifrisca, cioè: il cambiamento ti rigenera. Voglio dedicare questo proverbio a tutte le persone che incontro nei corsi di formazione e che, nonostante il grande desiderio di cambiamento, sono preda della disillusione. Amareggiate dagli insuccessi precedenti, bloccate dalle voci interiori svalutanti, spente da mille pressioni che rendono difficile ogni mossa. O semplicemente spaventate, perché cambiare significa comunque accettare una certa destabilizzazione e questo può farlo solo chi è sufficientemente consapevole delle proprie energie o incosciente o disperato.
Ma se siete spossati, soffocati, affaticati, non indugiate: godetevi il ristoro del cambiamento.
Ci cangia 'ddifrisca!

PS: Vi consiglio un interessante e motivante intervento di Steve Jobs: buona visione!

13 ottobre 2007

Chimiche lobotomie giovanili

"Ingoia questa pillola e non dovrai più urlare
si spegnerà ogni cosa magicamente
ti sentirai leggero come non mai, vedrai...
Occhi fissi e torbidi, lingua gonfia e tumida,
perenne anestesia...
Via tutti i tuoi incubi, via con tutti i sogni tuoi
perenne anestesia...
(Ustmamò, Lepre, 1993)


In uno dei miei primi post di circa un anno fa ("Mondo impasticcato"), avevo già espresso il mio parere sull'uso sempre più massiccio e diffuso di psicofarmaci. Mi ritrovo ora a parlarne sulla scia di una recente inchiesta de L'Espresso che rilancia l'allarme psicofarmaci tra le generazioni più giovani. A quanto già scritto e all'anorme tristezza che queste notizie mi provocano, aggiungo un'altra amara riflessione.

Mi dà fastidio la retorica de "i 'ggiovani che cambiano il mondo". Eppure credo che talvolta le radici delle spinte di miglioramento sociale stiano anche nella fisiologica maturazione di un'identità che vuole in qualche maniera proporsi come "altra", "diversa" rispetto all'esistente. Trovarsi con giovani generazioni chimicamente anestetizzate è uccidere il proprio futuro.

Massììì, forza ragazzi, continuiamo così, lobotomizziamoci tutti a suon di pasticche! Non è forse questo che ci chiedono? Smettiamola di rompere le scatole co 'sta storia del cambiamento!
Portiamo a compimento la sorte di una generazione che, pur di sfuggire agli incubi, ha deciso di rinunciare ai sogni.