"Intelligenza emotiva e catechesi" è il titolo del workshop di formazione tenuto per i catechisti della diocesi di Otranto nel giugno 2014. Quello dell'intelligenza emotiva è un tema molto dibattuto, ma per molti veri innovativo rispetto al contesto cui è stato applicato. Ci abbiamo lavorato su con canzoni, esercizi, videoclip, vignette, e tanto altro. Qui riporto invece alcuni stralci dei miei interventi.
Diario divulgativo: relazioni, comunicazione interpersonale, counseling, analisi transazionale e tutto ciò che può essere utile per migliorarsi la vita
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19 settembre 2014
25 settembre 2013
05 aprile 2013
Mi ascolto... e te la canto!
Nel mio lavoro ci metto passione ed anche “le mie passioni”, in primis la musica leggera. Così, dopo l'esperienza radiofonica di “Una musica può fare”, dopo aver lanciato il progetto “Manatthan Controtransfert” (che ad aprile e maggio presenterà due nuove performance di cui vi dirò), ecco qui una nuova iniziativa sul binomio “canzoni e crescita personale”. Si chiama “Mi ascolto... e te la canto” ed è un progetto per sviluppare l'intelligenza emotiva rivolto ad un gruppo di adolescenti, invitati a dare voce al proprio vissuto emozionale attraverso un lavoro di ascolto, analisi (e produzione) di musica leggera.
Tutto è nato dallo scambio di idee con Marcello D'Ippolito e Francesca Costantini, i due fondatori e responsabili della scuola di musica “Ragtime Bubu Band” di Calimera (LE). Sono persone con una forte sensibilità educativa e credono che la propria scuola non debbo occuparsi solo della semplice “istruzione musicale” ma anche trovare modi di stimolare la crescita a 360° di chi la frequenta. E, in questa ottica, hanno voluto che l'iniziativa non avesse costi per i partecipanti, è la scuola che la offre come un “bonus”.
Il progetto coinvolge una decina di adolescenti e la sua metodologia di base è il discoforum, integrato da sessioni dialogate, confronto di gruppo, analisi di vignette e altri materiali multimediali. Ogni incontro inizia con l'ascolto di alcuni brani di musica leggera e da una loro analisi (dapprima sulla forma musicale, poi sul testo). Le canzoni del primo incontro erano incentrate sull'ascolto di sé e hanno portato alla conoscenza delle nozioni di base dell'intelligenza emotiva. Gli incontri successivi (che si tengono in questo mese) sono invece incentrati sulle quattro emozioni di base (paura, rabbia, tristezza, gioia) e il lavoro di analisi delle canzoni lascia gradualmente spazio a far emergere alcuni vissuti emotivi dei partecipanti che, guidati da me, sono invitati a scoprire il valore delle emozioni e l'approccio di base per una sana gestione.
Durante questi incontri striamo anche raccogliendo idee, spunti, riflessioni dei partecipanti che possano diventare la base di lavoro per la terza ed ultima fase (maggio), nella quale si passa dall'ascolto del mondo emotivo e canoro altrui all'espressione del proprio mondo emotivo attraverso la produzione di uno o più brani di musica leggera. In pratica, chiederemo ai partecipanti: “Sinora abbiamo ascoltato come gli altri hanno espresso le loro emozioni in musica: Ora proviamo ad esprimere noi le nostre emozioni in musica” e proveremo, con la supervisione dei maestri della scuola musicale a scrivere e arrangiare uno o più brani che diano voce al loro mondo interiore e che, se vorranno, potranno essere presentati nel saggio di fine anno della scuola, previsto a Giugno.
Tutto è nato dallo scambio di idee con Marcello D'Ippolito e Francesca Costantini, i due fondatori e responsabili della scuola di musica “Ragtime Bubu Band” di Calimera (LE). Sono persone con una forte sensibilità educativa e credono che la propria scuola non debbo occuparsi solo della semplice “istruzione musicale” ma anche trovare modi di stimolare la crescita a 360° di chi la frequenta. E, in questa ottica, hanno voluto che l'iniziativa non avesse costi per i partecipanti, è la scuola che la offre come un “bonus”.
Il progetto coinvolge una decina di adolescenti e la sua metodologia di base è il discoforum, integrato da sessioni dialogate, confronto di gruppo, analisi di vignette e altri materiali multimediali. Ogni incontro inizia con l'ascolto di alcuni brani di musica leggera e da una loro analisi (dapprima sulla forma musicale, poi sul testo). Le canzoni del primo incontro erano incentrate sull'ascolto di sé e hanno portato alla conoscenza delle nozioni di base dell'intelligenza emotiva. Gli incontri successivi (che si tengono in questo mese) sono invece incentrati sulle quattro emozioni di base (paura, rabbia, tristezza, gioia) e il lavoro di analisi delle canzoni lascia gradualmente spazio a far emergere alcuni vissuti emotivi dei partecipanti che, guidati da me, sono invitati a scoprire il valore delle emozioni e l'approccio di base per una sana gestione.
Durante questi incontri striamo anche raccogliendo idee, spunti, riflessioni dei partecipanti che possano diventare la base di lavoro per la terza ed ultima fase (maggio), nella quale si passa dall'ascolto del mondo emotivo e canoro altrui all'espressione del proprio mondo emotivo attraverso la produzione di uno o più brani di musica leggera. In pratica, chiederemo ai partecipanti: “Sinora abbiamo ascoltato come gli altri hanno espresso le loro emozioni in musica: Ora proviamo ad esprimere noi le nostre emozioni in musica” e proveremo, con la supervisione dei maestri della scuola musicale a scrivere e arrangiare uno o più brani che diano voce al loro mondo interiore e che, se vorranno, potranno essere presentati nel saggio di fine anno della scuola, previsto a Giugno.
Il lavoro per il momento procede bene... restate sintonizzati e vi racconterò come è andata a finire.
31 gennaio 2013
La bussola della felicità
Pubblico uno stralcio di un mio intervento formativo sul tema della felicità tenuto presso "Viva.io" durante un incontro del ciclo "I lunedì del Viva.io" dedicati all'intelligenza emotiva.
20 novembre 2011
Emozioni e cambiamenti sociali - Una chiave di lettura tra Berne e Bauman
C'è una dimensione sociale delle emozioni? E come i cambiamenti sociali influiscono sulla manifestazione delle emozioni? Ho elaborato alcune riflessioni su questi temi e le ho fatto confluire in un breve articolo nel quale sostengo come sia cambiata l'espressione a livello sociale delle emozioni primarie (tristezza, paura, rabbia, gioia) al variare dei cambiamenti storici, interpretati a partire dal concetto di comunità espresso da Bauman. Parallelamente alla scomparsa di tale comunità, tristezza e gioia sembrano essere sempre più destinate a diventare emozioni private, mentre paura e rabbia si prestano ad un livello maggiore di manipolazione. In particolare, per queste due emozioni ho ipotizzato la presenza di un parassitismo emotivo a livello sociale secondo la formulazione propria analitico-transazionale.
L'articolo, apparso nel originariamente nel CD allegato al n° 8 di Neopsiche, è ora disponibile on-line qui, presso InCultura.
L'articolo, apparso nel originariamente nel CD allegato al n° 8 di Neopsiche, è ora disponibile on-line qui, presso InCultura.
10 marzo 2009
Emozioni e società: il video
Come sono cambiate le espressioni sociali delle emozioni? Alcune suggestioni per notare le differenze delle quattro emozioni principali (tristezza, rabbia, paura, gioia) col mutare della società.
Filmato realizzato da me per le Giornate di Analisi Transazionale organizzate da AIAT e IAT nel dicembre del 2008 sul tema: "AT e società: sviluppi a cinquant'anni dal sistema di Psichiatria sociale di Eric Berne".
Filmato realizzato da me per le Giornate di Analisi Transazionale organizzate da AIAT e IAT nel dicembre del 2008 sul tema: "AT e società: sviluppi a cinquant'anni dal sistema di Psichiatria sociale di Eric Berne".
05 dicembre 2008
Su emozioni ed empatia
E' vero, ultimamanete sto trascurando un po' i blog per una serie di coincidenze che mi stanno rendendo la vita un po' troppo affollata. Nell'attesa di rivolgermi ad un counselor che mi aiuti a rimettere un po' d'ordine, vi segnalo questo articolo sulle emozioni e l'empatia. Chi segue questi temi non ci troverà nulla di nuovo o sconvolgente, ma resta sempre interessante ribadire la potenza (spesso anche in positivo) di certi meccanismi emotivi che ci rendono la vita più bella ed interessante. Buona lettura e a presto!
12 maggio 2008
Emozioni e società: la paura
Dopo aver frequentato uno dei loro seminari un po' di anni fa, seguo su internet le attività del Centro Psicopedagogico per la Pace e la gestione dei Conflitti che trovo molto interessanti e ben fatte. Voglio riportare un testo ripreso dalla loro ultima newsletter a firma di Daniele Novara ed intitolato: "La paura non costruisce sicurezza". Buona lettura.
"È piuttosto curioso scoprire come le scorse elezioni siano state dominate e vinte da chi ha saputo imporre il tema della sicurezza come questione socialmente rilevante. Dico curioso perché tutti i dati italiani vanno esattamente in direzione contraria.
Dagli anni ’50, i reati di violenza sono in diminuzione, al punto che l’Italia è il Paese europeo che ha ottenuto il più significativo abbattimento del numero di omicidi in percentuale rispetto alla popolazione dal 2000 a oggi (dati ISTAT). Non solo, anche dal punto di vista della cosiddetta copertura del territorio, l’Italia è il Paese europeo col maggior numero percentuale di forze dell’ordine rispetto alla popolazione. Probabilmente si potrebbero mettere più telecamere nei luoghi critici delle città, il che forse non impedirebbe comunque i furti. Io stesso sono stato derubato della mia borsa di lavoro in un Centro Congressi di un’importante banca milanese regolarmente presidiata da guardie private e da un numero non indifferente di telecamere che non hanno potuto fare nulla. Oppure si troveranno altri strumenti per dare l’impressione che i cittadini sono presidiati. Resta un problema: presidiati rispetto a chi? Il caso di Verona apre inquietanti considerazioni sulle figure dalle quali occorrerebbe difendersi. D’altra parte anche i reati di natura sessuale vengono compiuti per il 90% circa tra le mura domestiche.
Pure nel nostro piccolo “educativo” registriamo la totale sproporzione tra l’allarme bullismo e la sua reale quantificazione. L’ormai consolidata abitudine di utilizzare il termine prepotenza come sinonimo di bullismo ha fatto impennare le percentuali di bulli in una misura che definirla grottesca è già diplomatico (alcune sedicenti ricerche registrano una vittima di bullismo su due alle elementari). Resta da interrogarsi sui motivi per cui gli italiani sono così spaventati.
Nel frattempo, in attesa di una risposta, posso tranquillamente dire che è molto più efficace lavorare sulla gestione dei conflitti e sul rafforzamento comunitario piuttosto che sulla caccia ai presunti nemici. Così come ci riportano tantissimi studi psicosociali già degli anni ’60, è più difficile compiere un reato grave in una piazza frequentata che in una piazza deserta. La solitudine e l’isolamento provocano sia una sensazione di panico sia la possibilità di subire effettivamente reati, specie quelli al patrimonio. Ma se pensiamo alla violenza interpersonale, ad esempio nei contesti condominiali, dobbiamo prendere atto che non esiste la possibilità di creare il poliziotto familiare, né tantomeno quello di condominio, quanto creare le condizioni affinché i conflitti trovino dei luoghi dove poter essere esplicitati, affrontati ed eventualmente chiarificati. La comunità cresce ed impedisce il reato alla persona se sa creare una cultura della gestione pacifica e costruttiva dei conflitti piuttosto che una cultura dell’evitamento dei conflitti stessi che porta solo alla frustrazione e alla rabbia.
Spero pertanto che, terminata la campagna elettorale, si possa riprendere un discorso sulla sicurezza comune che tenga conto dei reali dati scientifici piuttosto che far leva sulle paure più o meno latenti che tutti noi comunque possediamo".
01 dicembre 2007
Piezz 'e core
In una scuola elementare del sud d'Italia, due bambine litigano violentemente, una di esse aggredisce fisicamenete l'altra. La maestra interviene per separarle, prende la bambina più aggressiva e violenta e le rivolge un rimprovero molto secco rigurdante la violenza della sua reazione nei confronti della compagna. Nel pomeriggio, la madre di questa bambina telefona inviperita alla maestra: "Lei non si deve permettere di rimproverare mia figlia!" "Guardi signora che sua figlia era completamente fuori di sé e stava facendo del male alla compagna, andava fermata. Del resto, essendo la maestra, è mio compito..." "Non mi interessa il suo compito: se mia figlia si difende fa bene. Io mia figlia non la tocco nemmeno con un dito e sono io che le ho insegnato a farsi rispettare se qualcuno osa farle qualcosa. Se lei interviene ancora io la denuncio".
Non commento. Riporto solo alcuni stralci di un intervento di Silvia Bonino.
"Molti genitori manifestano difficoltà nel tradurre in pratica la fondamentale esigenza di porre delle regole ai figli e di chiederne il rispetto. [...] molti adulti trovano intollerabili le emozioni negative che nascono sia in loro che nel bambino quando a questi vengono poste delle regole. [...] In realtà questi conflitti non sono segno di cattiva relazione, ma sono momenti normali ed anzi necessari nello sviluppo. Essi aiutano il bambino a misurare se stesso, a costruire la propria sicurezza, a comprendere i vincoli del proprio agire e trovare strategie più creative per raggiungere i propri scopi, a costruire relazioni sociali positive. [...] Molti genitori vivono invece i momenti di conflitto con grande ansia e sensi di colpa, nell'erronea convinzione che la relazione con il bimbo debba sempre scorrere tranquilla, gioiosa a priva di asperità. [...] si stenta a riconoscere che l'azione educativa non è un susseguirsi ininterrotto di momenti idilliaci, come se la vita fosse un perpetuo spot pubblicitario o una favola in cui tutti i personaggi vivono sempre felici e contenti. Si tratta di una deformazione egocentrica, in cui l'adulto viene meno al proprio compito formativo e utilizza i bambini per compensare le proprie difficoltà, quando non le proprie carenze affettive".
(S. Bonino, "Genitori, regole, figli" in Psicologia contemporanea (204/2007), pp. 24-25)
15 novembre 2007
Il traguardo di Daniele
Nel mondo della formazione e del counseling si citano molto spesso storie ed esperienze prese dal mondo dello sport. Mi rendo conto che è una "casistica" molto ricca e forte ma, non avendo passioni sportive, non la padroneggio.Ma ora posso rimediare per interposta persona... Ladies and gentlemen, ecco a voi il mio amico Daniele!
E' stato il mio compagno di stanza al Master ed ha appena coronato il suo sogno di correre per intero la Maratona di New York. Sul suo blog ha tenuto il diario di questa idea che a molti può sembrare bislacca ma che vi invito a ripercorrere, post dopo post, fino alla sua splendida conclusione. Leggete almeno l'ultimo post dove racconta come è andata la sua esperienza con tanto di mini-video di commento. Guardatelo sorridere al traguardo, immedesimatevi nel suo passo, ora stanco, ora agile, ora trepidante.
Quella di Daniele è una lezione di vita, un esempio di cambiamento positivo, non potevo lascarmi sfuggire l'occasione e l'ho intervistato:
Parliamo di motivazione: cosa ti ha spinto a tentare un'impresa del genere?
Mi ha spinto la voglia di mettere alla prova me stesso su un terreno nuovo: la corsa. L’avevo sempre vista come uno sport molto faticoso e privo di quella carica di entusiasmo che possono dare altre attività quali il calcio, il basket, il tennis. Era un terreno nuovo per me e significava il dover assumere un impegno forte, che necessitava di costanza e resistenza. Una sfida ai miei limiti.
Nella tua preparazione hai incontrato delle diffcoltà fisiche ed emotive: come le hai affrontate?
La corsa prolungata è un mix di difficoltà fisiche ed emotive. Fisiche perché praticamente tutti i muscoli del corpo vengono sollecitati ed emotive perché richiede un forte controllo psicologico che eviti la noia e soprattutto permetta al fisico di non mollare nei momenti di maggior fatica. E per me, che non ero abituato a queste sollecitazioni, le difficoltà sono arrivate sia all’inizio della preparazione, anche quando i minutaggi erano molto ridotti, che negli ultimi mesi quando le uscite arrivavano a superare le due ore per arrivare fino a tre ore. Il migliorare la forza psicologica e la capacità di “tenere” è stato fondamentale. E su questo terreno il pensiero all’obiettivo finale è stato un elemento importantissimo: pensare che quello che si sta facendo è necessario per poter tagliare il traguardo della Maratona di New York è stata una spinta impareggiabile. Sulle difficoltà fisiche relative al mio ginocchio non mi dilungo, basta un’occhiata al blog e direi che ne ho parlato anche troppo…
Proviamo ad identificare le cose che più ti sono state d'aiuto nel coronare questo sogno: pensieri (cosa dicevi a te stesso, cosa pensavi di te, come ti immaginavi l'obiettivo, il traguardo), azioni (che comportamenti hai messo in atto, che scelte hai fatto), emozioni (quando? utili o negative? come le hai gestite?)
I pensieri erano rivolti principalmente allo striscione d’arrivo. Quasi in ogni uscita lunga mi ritrovavo inconsapevolmente ad immaginare il mio arrivo a Central Park. E pensavo che se uno come me, che in vita sua non aveva mai corso più di venti minuti, può arrivare in soli otto mesi, partendo da zero, a completare una maratona vuol dire che ogni cosa, se la si vuole, in qualche modo è raggiungibile. La maratona come parabola per una motivazione doppia in ogni ambito della vita.
Le azioni sono state semplicemente quelle di seguire attentamente una tabella. Prendere sul serio l’impegno e non trovare scuse con me stesso. Se quella è stata la scelta dovevo confermarne le conseguenze: mettere in essere un allenamento serio.
Negli otto mesi di preparazione ho vissuto ogni emozione positiva ed il suo contrario. La gioia per arrivare a completare settimana dopo settimana i piccoli traguardi, la rabbia per l’eccessiva fatica che provavo in certe uscite (quando invece credevo di aver raggiunto un miglior allenamento) e quando si è presentato il problema fisico, la paura di un incidente o di un infortunio (come poi è accaduto) che poteva far crollare il sogno. E per le emozioni il mio blog è stato uno strumento inaspettatamente efficace. Scrivevo quello che provavo e di volta in volta arrivavano visitatori che portavano il loro sostegno od incitamento. Non mi sarei mai aspettato che il blog diventasse così popolare e potesse dare la spinta che poi mi ha dato. Importante nella gestione delle emozioni è stato anche il fatto di poter talvolta fare allenamenti in compagnia. Condividere la fatica, scambiare due chiacchere correndo o impressioni sulla progressione della propria forma è stato sicuramente utile.
Dopo aver raggiunto il tuo traguardo cosa pensi di te stesso? è cambiata la tua immagine interiore?
L’ho scritto in diversi sms che ho mandato in risposta ad amici che mi chiedevano come era andata: nel post maratona mi sentivo una sorta di Iron Man. E su questo ha influito anche la resistenza al dolore e la capacità di superare la difficoltà fisica relativa al problema al ginocchio. Mi sono sentito forte, psicologicamente determinato e capace di soffrire per provare poi emozioni positive impareggiabili. Volevo tagliare quel traguardo e l’ho raggiunto, la mia autostima ne ha sicuramente tratto vantaggio…
23 febbraio 2007
Tu chiamale, se vuoi,...
...emozioooniiiiii" cantava il Battistone nazionale.È da un po' di anni che assistiamo ad una rivalutazione del mondo delle emozioni (anche a partire dai libri scritti da Gardner e Goleman). Dopo secoli in cui le emozioni sono state subite o temute, ci siamo accorti che sono un elemento fondamentale dell'esistenza umana. In un certo senso è una riscoperta perché per molti filosofi e per alcune tradizioni culturali non è così: l'uomo saggio sarebbe quello che sa distaccarsi dalle emozioni (o addirittura quello che non ne prova nessuna); lo stesso ideale di perfezione (o di divino) che molti di essi sostengono è a-emotivo (non così il Dio dell'ebraismo, che è un gran passionale). Ora invece ci diciamo che le emozioni sono importanti, che non vanno soffocate ma riconosciute e gestite come una parte importante di noi stessi. Ma, come tutte le cose dimenticate e poi riscoperte, segue spesso una fase di "moda", che banalizza le cose a furia di parlarne.
Resta il fatto che ancora non c'è una cultura matura e diffusa delle emozioni. Faccio un esempio citando una frase che a tutti è capitato di sentir dire da qualche amico: "Il mio difetto è che sono una persona emotiva". Ma che significa? Tutti siamo "emotivi", cioè tutti "proviamo emozioni" così come tutti respiriamo ma nessuno si sognerebbe di dire: "Il mio difetto è che sono una persona troppo respirante". Forse con quella frase vogliamo dire qualcosa di importante (magari "sono molto sensibile" oppure "sono una persona generalmente ansiosa" oppure "reagisco incontrollatamente"), ma non troviamo parole più appropriate per dirlo. E questo è significativo: perché il primo passo per una maturazione emotiva è proprio quello di saper riconoscere il proprio vissuto interiore "dando un nome" a ciò che "ci bolle nel sangue". Da qui si può iniziare poi a gestire le emozioni nella maniera più opportuna, cercando un'armonia con i propri pensieri, ideali ed obiettivi.
Riconoscere le emozioni in gioco è il passaggio chiave per poterne godere e viverle in profondità senza rinunciare ai loro vantaggi e alla loro energia e, al tempo stesso, senza essere “travolti” (noi e gli altri) da forze prima soffocate e poi incontrollate.
Riprendiamoci le emozioni. Gioia, delusione, rabbia, serenità, tristezza, paura,... viverle, riconoscerle, gestirle.
C'è un limite? Personalmente eviterei di "guidare come un pazzo a fari spenti nella notteee..."
19 ottobre 2006
Ti riconosco!

Un tipo si aggira per la città con un cartello: "ABBRACCI GRATIS". I passanti lo guardano sospettosi con la coda dell'occhio, lo evitano. Ma come si permette uno sconosciuto, nell'affollato anonimato di una metropoli, di cercare un'intimità così forte col primo che passa? Sarà matto...
L'abbraccio è un risconoscimento fortissimo. Significa "Tu sei importante per me". Ovviamente i riconoscimenti possono essere anche di altro tipo, non necessariamente fisici, e le psicologie umanisitiche ci raccontano come saperne
dare e saperne ricevere è indice di maturità umana. Accettare un complimento
ringraziando senza schermirsi, vedere le cose buone degli altri e valorizzarle,
facendole notare: che male c'è? In genere, invece, abbiamo una gran paura di dare
e ricevere riconoscimenti, e con mille scuse li evitiamo.Figuriamoci da uno sconosciuto...
Ora guardate il video: vi fareste abbracciare dall'omino col cartello?
http://video.google.it/videoplay?docid=1731554039545263498&q=free+hugs
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