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19 gennaio 2018

Dallo specchio al mosaico

Oggi vi racconto la storia di Katia, Fernanda e Silvia. Sono tre donne coraggiose. Sono le socie della Cooperativa Sociale Il Faro che attualmente gestisce la comunità mamma-bambino "Balbis" di Brindisi e che ha in cantiere progetti di grande innovazione in ambito sociale. Hanno deciso di mettersi in discussione, di investire in un percorso di formazione e assessment per i collaboratori e per le stesse socie, per prepararsi meglio alle sfide professionali che le attendono.
Pensateci bene: una piccola realtà del non-profit del Sud, dimostra una lucidità e lungimiranza nella gestione che talvolta è merce rara anche nelle grandi aziende for-profit del Nord.
Il percorso fatto insieme a "Il Faro" è stato misto. Da una parte abbiamo lavorato alla costruzione del team, dall'altra abbiamo creato delle occasioni di valutazione delle competenze per comprendere le potenzialità di ogni collaboratore. parallelamente, le tre socie venivano coinvolte in un'attività di formazione e consulenza specifica, acquisendo maggiori competenze nella gestione delle Risorse Umane. Eccovi un piccolo video che prova a restituire un poco dell'atmosfera creatasi nel percorso.
Mi sorprende sempre quanto delle semplici attività possano colpire nel profondo e sollecitare o accompagnare un cambiamento personale ed organizzativo.


12 giugno 2013

Marmellate e coccodrilli

Ancora una volta l'amato Gianni Rodari mi ha dato spunto per una riflessione, questa volta sul mondo del lavoro. La trovate pubblicata sul blog di Jobyourlife, piattaforma innovativa per la ricerca di lavoro.
Buona lettura!

11 aprile 2013

"Essere umani" al lavoro


Chiara è una ragazza che lavora presso un centro servizi con un contratto a termine. Allo scadere del contratto, l'ultimo giorno di lavoro si aspetta di avere un colloquio con qualcuno dei suoi responsabili per sapere se il suo contratto è rinnovato o meno. Nessuno sa nulla, il super-capo non è in sede e lei rientra a casa con un grande punto interrogativo: ma domani mi presento o no al lavoro? Il fatto che nessuno le abbia detto nulla le fa sospettare di non essere confermata, ma alcuni suoi colleghi le dicono che in azienda in questo periodo c'è un po' di caos, quindi di non dare per scontato nulla, è bene attendere una notizia ufficiale. Durante la strada del rientro, Chiara riceve un SMS sul cellulare: “Ciao. Il tuo contratto scade oggi”. Mittente sconosciuto, ma deve essere un numero della società di recruiting che l'ha selezionata e le ha procurato il lavoro. Chiara richiama: “Se ho ben capito non sono piaciuta e quindi non mi prendono, giusto?” “A noi non risulta che non sia piaciuta, sappiamo solo che la società non ci ha fatto sapere nulla, quindi lo prendiamo per un no, succede”. “Ok, capisco. Ma mi permetta una considerazione: non c'era proprio nessuno (né tra di voi né in azienda) disposto a dirmelo di persona? Inviare un SMS non mi sembra il massimo della correttezza...”. La risposta è stata: “Si ritenga fortunata ad aver ricevuto almeno l'SMS. In genere non mandiamo neanche quello”.

La storia che vi ho raccontato è accaduta davvero e la trovo un esempio di una terribile de-umanizzazione del lavoro ai nostri giorni. E di storie come questa ne raccolgo tante nella mia attività di counseling professionale e formatore, ultimamente sempre di più. Abitualmente tendo a distinguere, a prendere le lamentele con un certo distacco. Di casi isolati di “maleducazione” (se così possiamo chiamarla) ce ne sono sempre stati e ce ne saranno, non si può generalizzare né tanto meno scandalizzarsi. Eppure, rispetto a quello che ho visto anche solo una decina di ani fa, quando ho iniziato a girare per le aziende, mi sembra assistere ad un inesorabile e progressivo deterioramento della qualità delle relazioni umane sui luoghi di lavoro. E quando chiedo al maltrattato di turno “Cosa ti hanno risposto?” la risposta è sempre: “Mi han detto che siamo in tempi di crisi quindi occorre incassare, non andare per il sottile, accontentarsi di quel che c'è”.

Io credo che la frase “c'è la crisi” si ormai abusata e utilizzata a sproposito per coprire qualunque schifezza senza prendersi le proprie responsabilità. La cura delle relazioni umane non è un lusso che ci si può permettere solo fintanto che le cose vanno bene. Una persona resta tale “nella buona e nella cattiva sorte” e, crisi o non crisi, i nostri interlocutori hanno diritto ad un “minimo sindacale di dignità”. Questo significa, ad esempio, dare una risposta, magari anche negativa (non si può sempre dire sì, evidentemente). Ma rispondere. E rispondere guardando in faccia il nostro interlocutore.
Mi metto allora nei panni di uno qualsiasi dei vari responsabili/capi di Chiara. Ognuno di essi si è trincerato dietro un “non spetta a me” per togliersi dell'imbarazzo di dire ad una persona “Ci dispiace, non sarai assunta”. La domanda che ora faccio loro non riguarda più la dignità negata di Chiara, ma riguarda la loro stessa identità/qualità di professionisti: Dove è la vostra dignità? Negando a lei una risposta, state rinunciando alla vostra stessa umanità, vi state appiattendo a semplici rotelle di un ingranaggio organizzativo. Vi comportate in maniera de-umanizzata: ne siete contenti? Non avete nostalgia di riprendervi un pezzo di "rischio umano" e di soddisfazione, di orgoglio di far bene il  vostro lavoro?

Per riconoscere dignità agli altri, occorre la voglia di riscoprirsi umani, noi per primi.
A me sembra che ce ne sia un gran bisogno: ne avremo il coraggio?

21 aprile 2011

Premiata Ditta "Lavoro, Fatica & Travaglio" (ovvero: Le convinzioni di fondo sul lavoro)


"Io non potrò mai essere un bravo genitore", "La matematica non fa per me", "La vita è una guerra dove solo il più forte sopravvive",...  Queste frasi sono esmepi di "convizioni di fondo".
Cosa è una "convizione di fondo"? E' un principio universale, profondamente radicato nella testa di chi lo concepisce, così profondo da sembrare "naturale" ed immutabile. Tale principio orienta le scelte e le azioni quotidiane che ne saranno la diretta espressione e che tenderanno a confermarne l'autenticità in un circolo vizioso (del modello "profezia che si autoavvera"). Facciamo un esempio. Sono una donna che fatica ad avere relazioni affettive stabili. partendo dalla convizione di fondo che "Tutti gli uomini sono inaffidabili", inizierò a controllare paranoicamente ogni nuovo fidanzato che, esasperato da tale comportamento, mi manderà a quel paese. In tal modo io potrò dire a me stessa: "Ecco vedì? Lo sapevo! Anche questo mi ha piantata... del resto non poteva essere diversamente, lo sapevo che andava a finire così. Gli uomini sono tutti uguali..."
Ognuno di noi ha le sue convinzioni di fondo, generalizzazioni indebite frutto di esperienze ed educazione, che orientano la nostra vita e che possono riguardare tutti gli ambiti dell'esistenza, dall'amore alle amicizie, dalla spiritualità al lavoro. Proprio riguardo il lavoro, ho raccolto alcune convizioni molto diffuse nel mondo professionale. In dieci anni di attività come formatore aziendale ho visto le realtà più disparate e conosciuto centinaia di persone con ruoli, sensibilità, esperienze e competenze diversissime, di ogni settore produttivo. E ho posto attenzione alle domande, alle interazioni, alle esperienze che venivano raccontate nelle sessioni formative per poter individuare le "convinzioni di fondo" riguardo il lavoro dei partecipanti.
Ecco quali sono le convizioni di fondo riguardo il lavoro (esposte in Assimi e corollari) che ho trovato drammaticamente ricorrenti.

Primo Assioma generale: "Il lavoro è una condanna".
Da cui discendono i seguenti corollari:
- Ricevere deleghe/responasbilità è una rogna
- Fai il meno possibile e sbologna agli altri tutto ciò che più puoi

Secondo Assioma Generale: "Dimostrare di lavorare è più importante che lavorare".
Da cui discendono i seguenti corollari:
- Fai solo ciò che è collaudato, il resto è un rischio che non ti puoi permettere
- Opponi ai cambiamenti tutte le resistenze passive possibili

Terzo Assioma Generale: "Le competenze e la bravura non contano, contano solo fortuna, raccomandazioni e appoggi vari"
Da cui discendono i seguenti corollari:
- Frega il prossimo tuo come lui frega te
- Chi sta in alto nella scala gerarchica ha sicuramente qualche scheletro nell'armadio. Chi sta in basso è un fesso.
- Io non ho nulla da imparare, vado bene così. I corsi di formazione dovrebbero farli gli altri, che evidentemente non sanno fare il proprio lavoro.

E'evidente che un sistema lavorativo basato su queste premesse è assolutamente fuori da ogni possibilità di crescita e a tutti noi "professionisti del cambiamento" in azienda resta una sola domanda reale e necessaria: un lavoro diverso è possibile?

22 marzo 2007

La fantasmagorica vita di Marco

Vi racconto una storia vera, raccolta dalla mia frequentazione del magico mondo delle aziende. Marco lavora nell'Ufficio Risorse Umane di una grande azienda italiana di informatica. Un ingenuo osservatore esterno nota che c'è qualcosa che non va nel modo di lavorare di questa società. Marco, infatti, passa tutta la giornata a parlare prima con un responsabile e poi un un altro, con un capo e poi con il capo del suo capo. Nulla di realmente necessario dal punto di vista operativo, ma solo dal punto di vista "politico" cioè di mantenimento dei giochi di potere aziendali interni; e Marco ne è perfettamente consapevole. Alle 17.30, invece di uscire al termine della sua giornata, Marco si siede alla sua scrivania: "Finalmente ora posso lavorare un po' per bene!" Si concentra sul da fare e resta lì fino alle 20.00. Tutti i giorni. Durante la pausa pranzo, uno degli argomenti preferiti da Marco e dai suoi colleghi è quello di lamentarsi di quanto il lavoro invada la loro sfera privata, di quanto debbano sopportare quelle mogli che li vorrebbero un po' di più in casa. Giorno dopo giorno. Un'altra pausa, un altro caffè, un'altra lamentela. E tutto che resta uguale.
Cosa ci vedete in questa storia? Una azienda cattiva che opprime il dipendente? Una persona "debole" che non sa organizzarsi il lavoro e i tempi rimanendone vittima? Una coppia fragile in cui il lavoro serve per "coprire" un vuoto e avere un agente esterno da incolpare per il tempo che non ci si riesce a dare?
Ci sono tanti Marco e tante aziende che lavorano così: è in questi casi che si aprono le possibilità di sperimentare forme di counseling aziendale. Ad aziende così un serio percorso di counseling può ovviamente fare solo bene. Per la possibilità di ridare a Marco più maturità umana e professionale. Per la possibilità di dare all'azienda una risorsa più "produttiva" e motivata". Per la possibilità di dare maggior armonia all'equilibrio tra lavoro e vita privata.
Se incontrate Marco, ditegli di visitare questo blog!
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