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08 novembre 2016

Il counseling per le famiglie e gli adolescenti

Quali sono le principali sfide del counseling educativo? E quali sono le dinamiche specifiche del counseling con gli adolescenti? Come impostare il lavoro in una maniera che sia costruttiva con i genitori e per i figli in questa età segnata dalla contrapposizione generazionale?
Risponderò a queste domande presentando la mia esperienza di accompagnamento di tanti genitori e adolescenti e il metodo di lavoro sfociato nella redazione del capitolo "Riconoscere e valorizzare le persone: il counseling educativo per i genitori" nel testo "Le buone pratiche del counseling" (ed. FrancoAngeli) di cui sono co-autore.
Il workshop è una full-immersion, si svolgerà per tutta la giornata di sabato 3 dicembre e proseguirà fino alle ore 15.30 di domenica 4. Ha un costo di € 120,00 e si svolgerà presso la sede dell'Associazione Viva.io, in via Eboli 30 a Lecce.
Per qualsiasi informazione, potete contattarmi al 349.0063946.
Vi aspetto!

21 novembre 2013

A mia figlia (di Margaret Mead)

Che io non sia inquieto fantasma
ossessivo dietro l'andare dei tuoi passi,
oltre il punto in cui mi hai lasciata

ferma in piedi nell'alba appena spuntata.
 

Devi essere libera di prendere un sentiero
la cui fine io non senta il bisogno di conoscere,
non ansia molesta di certezza

che tu sia andata dove io volevo.
 

Quelli che lo facessero cingono il futuro
tra due muri di ben disposte pietre,
ma segnano un cammino spettrale per sé stessi,

un arido cammino per ossa polverose.
 

Puoi dunque andartene senza rimpianto
lontano da questa terra familiare
lasciandomi un tuo bacio sui capelli

e tutto il tuo futuro nelle tue mani.
 

(Margareth Mead)

25 settembre 2013

05 aprile 2013

Mi ascolto... e te la canto!

Nel mio lavoro ci metto passione ed anche “le mie passioni”, in primis la musica leggera. Così, dopo l'esperienza radiofonica di “Una musica può fare”, dopo aver lanciato il progetto “Manatthan Controtransfert” (che ad aprile e maggio presenterà due nuove performance di cui vi dirò), ecco qui una nuova iniziativa sul binomio “canzoni e crescita personale”. Si chiama “Mi ascolto... e te la canto” ed è un progetto per sviluppare l'intelligenza emotiva rivolto ad un gruppo di adolescenti, invitati a dare voce al proprio vissuto emozionale attraverso un lavoro di ascolto, analisi (e produzione) di musica leggera.

Tutto è nato dallo scambio di idee con Marcello D'Ippolito e Francesca Costantini, i due fondatori e responsabili della scuola di musica “Ragtime Bubu Band” di Calimera (LE). Sono persone con una forte sensibilità educativa e credono che la propria scuola non debbo occuparsi solo della semplice “istruzione musicale” ma anche trovare modi di stimolare la crescita a 360° di chi la frequenta. E, in questa ottica, hanno voluto che l'iniziativa non avesse costi per i partecipanti, è la scuola che la offre come un “bonus”.

Il progetto coinvolge una decina di adolescenti e la sua metodologia di base è il discoforum, integrato da sessioni dialogate, confronto di gruppo, analisi di vignette e altri materiali multimediali. Ogni incontro inizia con l'ascolto di alcuni brani di musica leggera e da una loro analisi (dapprima sulla forma musicale, poi sul testo). Le canzoni del primo incontro erano incentrate sull'ascolto di sé e hanno portato alla conoscenza delle nozioni di base dell'intelligenza emotiva. Gli incontri successivi (che si tengono in questo mese) sono invece incentrati sulle quattro emozioni di base (paura, rabbia, tristezza, gioia) e il lavoro di analisi delle canzoni lascia gradualmente spazio a far emergere alcuni vissuti emotivi dei partecipanti che, guidati da me, sono invitati a scoprire il valore delle emozioni e l'approccio di base per una sana gestione.

Durante questi incontri striamo anche raccogliendo idee, spunti, riflessioni dei partecipanti che possano diventare la base di lavoro per la terza ed ultima fase (maggio), nella quale si passa dall'ascolto del mondo emotivo e canoro altrui all'espressione del proprio mondo emotivo attraverso la produzione di uno o più brani di musica leggera. In pratica, chiederemo ai partecipanti: “Sinora abbiamo ascoltato come gli altri hanno espresso le loro emozioni in musica: Ora proviamo ad esprimere noi le nostre emozioni in musica” e proveremo, con la supervisione dei maestri della scuola musicale a scrivere e arrangiare uno o più brani che diano voce al loro mondo interiore e che, se vorranno, potranno essere presentati nel saggio di fine anno della scuola, previsto a Giugno.


Il lavoro per il momento procede bene... restate sintonizzati e vi racconterò come è andata a finire.

27 gennaio 2012

Crescere è bello! (nonostante tutto)


Ho conosciuto le storie di diversi adolescenti di oggi e mi è sembrato di scorgere in esse un fattore comune. Molti di loro mettono in atto comportamenti "sabotatori" della crescita e dell'auto-realizzazione (limbo scolastico, non-scelte protratte sul piano professionale o affettivo,...). Sembra quasi che, sotto sotto, non abbiano nessuna voglia di terminare gli studi, uscire dal nucleo familiare d'origine e conquistare la propria indipendenza andando per la propria strada.
Una diffusa paura di crescere e del futuro li porta a considerazioni di questo genere: "Io sto bene in casa, mi coccolano, mi vogliono bene, mi rispettano. Sì, mi rompono un po' le scatole ma è un prezzo che pago volentieri, in fin dei conti. I miei bisogni primari sono soddisfatti e non mi manca nulla. Ho anche le mie libertà. Invece, riguardo il  futuro, mi dicono che la mia generazione è condannata al precariato, che avrò un futuro difficile, che mi dovrò sbattere parecchio per trovare uno straccio di lavoro e che comunque, quando lo avrò trovato, non potrà mai garantirmi la serenità. Perché mai dovrei voler crescere?".
In questa chiave leggo anche la fatica di tanti genitori che, con le migliori intenzioni, cercano di motivare i propri figli allo studio o alla scelta convinta di un percorso di vita/professionale con le seguenti parole: "Impegnati fin da ora, con lacrime e sangue, perché questo è quello che ti aspetta, abituati da adesso...".
In questo modo, però, ottengono l'effetto opposto. I loro figli iinfatti pensano: "Visto che già dovrò soffrire in futuro, perché dovrei faticare sin da ora? Sai che c'è? Io mi godo il presente, non ha senso faticare ora per costruire un futuro già così tristemente determinato". E restano bloccati in un limbo generazionale...
Cari genitori, avete mai pensato a mandare ai vosti figli un messaggio opposto? Vi aiuto io, dài. Iniziate così: "Crescere è bello. Faticoso, certo, ma bello. Diventare adulti significa diventare realmente autonomi, sperimentare possibilità, conoscere il mondo, contribuire a costruire il sociale, aiutare gli altri a crescere, inventare la polis, lottare per una causa.... E tutto questo è bello, lo vedi quanto mi piace? Finché resterete nelle vostre tane morbidose e sarete dipendenti dagli altri non potrete gustare tutta questa bellezza. Essere adulti è gratificante, mica roba da sfigati!".
Per aiutare i nostri figli a crescere, smettiamo di idealizzare e ovattare la giovinezza e mostriamo loro di essere adulti capaci di felicità.

03 settembre 2011

I martiri di OT

Nel post precedente ho raccontato del mio incontro con il gruppo degli OT. Ripeto che sono un gruppo di adolescenti veramente speciali, in gambissima, impegnati da anni in un percorso di servizio solidale nella propria città (Trani). Ho avuto l'occasione di reincontrarli nuovamente, invitato dalla loro responsabile Giusy, per guidarli  in un'esperienza estiva di formazione, un cosiddetto "campo-scuola"; ecco qui qualche appunto sul percorso fatto.

Il campo ha avuto un duplice obiettivo: da una parte si è voluto fornire ai partecipanti alcune chiavi di lettura per analizzare le proprie relazioni di aiuto e poterne migliorare la qualità; dall'altra, si è lavorato sulla “progettualità di vita” alla luce della domanda: “Quale posto e quale forma intendo dare nella mia vita alla solidarietà?”.
Il primo nucleo formativo, attraverso l'analisi di alcune relazioni di aiuto prese dall'esperienza dei singoli partecipanti, ha portato gli OT a comprendere alcune delle “trappole” potenzialmente sottese ad una relazione di aiuto; prima su tutte la tendenza a impersonare il ruolo di “Salvatore” di una “Vittima” (secondo il modello del “Triangolo Drammatico” elaborato da Karpman). Un aiuto reale e di qualità non è quello di chi si sostituisce all'altro deresponsabilizzandolo ma, al contrario, quello di chi percorre un tratto di strada assieme a chi è in difficoltà perché questi possa camminare con le proprie gambe e non dipendere dall'aiuto esterno. La trappola del binomio “Salvatore-Vittima” è una delle più frequenti ed insidiose tentazioni nelle relazioni di aiuto ed espone anche “l'aiutante” al rischio di logoranti frustrazioni.
Il secondo step formativo era centrato sulla considerazione che chiunque intenda occuparsi di sostegno alla persona, deve fare molta attenzione al proprio equilibrio interiore e alla cura di sé, per evitare che la relazione di aiuto sia “inquinata” dalla tendenza sotterranea a prendersi riconoscimenti e soddisfazioni che non si riescono ad ottenerre altrove. Per questo motivo, gli OT sono stati invitati ad una sorta di “bilancio” di ciò che nutre il proprio essere e di valutare con sincerità i propri bisogni (specialmente affettivi) per poter in qualche maniera “custodirsi” come persone e, prendendosi cura di sé, liberare la relazione di aiuto dalla tentazione di manipolare l'altro per rispondere ai propri bisogni.
Qui è avvenuto il passaggio al terzo nucleo formativo. Dopo un primo momento dedicato all'esplicitazione della propria parte valoriale, i partecipanti si sono impegnati in un momento “progettuale” delineando, per grandi linee, quali saranno i fattori più importanti del loro futuro ed interrogandosi sul posto che vogliono dare alla solidarietà (e ai modi concreti con cui intendono viverla). Suggestionati dalla vicinanza al luogo dei Martiri di Otranto e dall'affascinante mosaico della Cattedrale idruntina, gli OT hanno avuto modo di riflette su cosa stanno spendendo la propria vita e hanno provato a comporre il mosaico della propria vita futura (vedi foto sopra).

Niente male per dei diciassettenni, vero?

10 giugno 2011

ASTONISHING OT-MEN! (ovvero: il ritorno dei supereroi)

Ho fatto un'esperienza bellissima. Ho conosciuto il gruppo degli OT (in ebraico “i segni”): quindici giovani diciottenni impegnati da numerosi anni in progetti di solidarietà concreta. Il binomio diciottenni/volontariato potrebbe sembrare inconcepibile a chi crede che i ragazzi di oggi siano insensibili alle tematiche della solidarietà e che siano chiusi solo nel loro piccolo-grande mondo di bit e facebook. Ho visto dei ragazzi splendidi, di grande qualità, attenti, disposti a mettersi in gioco con una generosità che temevo non esistesse più. In una parola: BELLI.
Con loro ho trascorso un week-end formativo che ho intitolato “Da un grande potere deriva una grande responsabilità”. Li ho invitati a raccontarsi attraverso la metafora del supereroe che scopre, come il personaggio di Spider-man, come da un grande potere derivino grandi responsabilità e come i propri “talenti” vadano spesi in una dimensione sociale di servizio. Attraverso degli esercizi corporei, abbiamo poi riflettuto sulla “relazione d'aiuto di qualità” che ha come obiettivo la crescita della persona e il graduale recupero della sua autonomia e non la sussistenza (che invece mantiene l'asimmetria relazionale e rende la persona in difficoltà dipendente dalla relazione di aiuto). Gli OT hanno risposto con entusiasmo e impegno, producendo lavori di grande qualità e mi hanno sorpreso per la dedizione che hanno messo nelle attività e che mettono tutti i giorni nel servizio di volontariato.
Durante la seconda giornata, sono stati coinvolti nelle attività formative anche i genitori dei ragazzi. Dopo aver disposto come in una galleria d'arte i “personaggi-eroi” disegnati dai figli, abbiamo chiesto ai genitori di “indovinare” il personaggio attraverso il quale il proprio figlio si era rappresentato. Si è poi lavorato in maneira tale da valorizzare la presenza di genitori e figli “esplorando” le dinamiche comunicative intergenerazionali. Partendo da una simulazione e poi lavorando in gruppi attraverso la produzione di mappe mentali, i partecipanti sono stati invitati ad un cambio di punto di vista, nella convinzione che solo la conoscenza delle esperienze, della sensibilità, dei problemi altrui può permettere una comunicazione più attenta, meno istintiva e più libera da distorsioni di ruolo. In un'ottica di integrazione di punti di vista e di confronto costruttivo tra generazioni, abbiamo poi deciso di lavaorere in gruppi misti genitori/figli, con lo scopo di generare idee per il miglioramento dei servizi caritativi nei quali gli OT si spendono con continuità. In tal modo, la condivisione di uno scopo comune ha permesso di superare barriere di pregiudizi reciproci e di contribuire costruttivamente alla creazione di un'esperienza comune.
Non posso che dire grazie a Giusy, la coordinatrice del gruppo, che da anni segue gli OT con passione e competenza, per avvermi fatto l'onore di lavorare con questi ragazzi e grazie di cuore tutti gli OT-MEN che con i loro super-poteri rendono questo mondo un posto più bello.
Le attività sono state intervallate ed introdotte da giochi di relazione che hanno permesso una maggior coesione di gruppo e hanno contribuito a creare un clima sereno e divertente.

30 maggio 2010

Rassegna stampa

"Non lasciamoli cadere nella rete" è il titolo di un intervento che ho tenuto la settimana scorsa in un paese del salento. Assieme ai genitori presenti abbiamo ragionato su come poter educare i figli ad un uso consapevole di internet e dei social network. Mi riprometto di pubblicare in settimana qualche idea chiave dell'intervento, intanto pubblico il link all'articolo che racconta un po' meglio la serata.

12 settembre 2009

Dialogo tra un tassista ed un giovane counselor

Tassista: -...cosicché lei ha una figlia
Giovane Counselor: - Sì, di un anno e pochi mesi. E lei?
T: - Bah, cosa vuole che le dica... Ho un figlio di 17 anni. Io la invidio, perché è vero quel che si dice: "Figli piccoli, problemi piccoli". Invece con gli adolescenti...

GC: - Cosa succede?
T: - Eh, non sono più i tempi di una volta... La società è cambiata... Tutto gli è dovuto, non conoscono più il valore del sacrificio. Un tempo era diverso, ora hanno abolito anche il Servizio Militare obbligatorio... Lì sì che ti insegnavano a stare al tuo posto...
GC: - Lei si è trovato bene al servizio militare?
T: - No. Malissimo. E' stata un'esperienza terribile.
GC: - E per educare suo figlio è necessario fargli fare un'esperienza che lo faccia stare malissimo?
T: - ...Lei non può capire... Questi giovani hanno tutto e non capiscono più il valore delle cose. Pensi che... Quando ero giovane io, la patente a 18 anni ce la sognavamo e quando io ho chiesto la macchina a mio padre, mi rispose che dovevo lavorare e poi la macchina me la sarei comprata con i miei soldi...
GC: - E se lei condivide questo principio, cosa le impedisce di fare un discorso analogo a suo figlio?
Il tassista tacque.

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E' legittimo dire che oggi è più difficile essere genitori? Solo se ammettiamo che è più difficile anche essere adolescenti.
Vecchi modelli educativi sono giustamente crollati e, in mancanza di altro, li si idealizza come un "paradiso perduto". Non c'è dubbio che la sovrabbondanza di beni fa perdere il senso del valore. Non c'è dubbio che essere sommersi di cose "tutto e subito" fa perdere il senso della progettualità e che, con le papille gustative bruciate dal troppo cibo, si perde la capacità di gustare le cose. Ma tale sovrabbondanza non l'hanno costruita da sé le nuove generazioni, gli è stata gettata addosso come un pesante fardello... Ci vuole coraggio ad essere genitori oggi, certo. Ma il coraggio non sta nel "fronteggiare" i figli, quanto nell'andare controcorrente rispetto alle pressioni sociali che ci vogliono "consumatori globali" anche quando siamo educatori ed in base alle quali anche l'essere bravi genitori si misura sulla "quantità" (di cose date - "non ti ho fatto mai mancare nulla") più che sulla qualità e la verità della relazione. Caro amico tassita, non scaricare sulla "società di oggi" le colpe di una tua responsabilità educativa che non vuoi assumerti.

16 giugno 2008

Scuola, Adolescenti & Co.

Ho concluso da poco una bella collaborazione con un IPSIA nel Salento. Si è trattato di un percorso sulla motivazione all'apprendimento e le metodologie di studio, portato avanti con un gruppo di ragazzi di primo e secondo superiore. Sono contento di come sia andato, anche se non è stato facile: il confronto con gli adolescenti mi ha messo in discussione, era un po' che non lavoravo a stretto contatto con loro per un periodo così lungo (un mese e mezzo). Giunto al termine di questo percorso, sento il bsogno di mettere nero su bianco alcune riflessioni e di condividerle attraverso questo spazio.
All'inizio, ho avuto timore. Avevo lavorato in passato con adolescenti, nei gruppi giovanili parrocchiali mi sono fatto le ossa come animatore/formatore, ma era ormai dieci anni fa (come dire: due generazioni di differenza). Nel frattempo la mia vita è cambiata, mi sono abituato a lavorare per lo più più con gli adulti e nel frattempo ho perso la familiarità con il mondo dei sedicenni, i loro gusti, il loro linguaggio e mentalità. Come sarebbe andata?
Questo timore era inoltre alimentato da un altro filone di pensieri. Negli ultimi anni ho avuto modo di confrontarmi con molti educatori ed insegnanti, sentendo un crescente leit-motiv: "Le nuove generazioni sono ingestibili"; "I ragazzi di oggi non sanno stare in silenzio", ecc. Ascoltando queste frasi (e gli episodi annessi) mi sembrava di scorgervi qualcosa in più della semplice e ritrita scena dell'incomprensione generazionale. In effetti, anche io ho avuto l'impressione che, probabilmente perché sottoposti ad un bombaradamento sensoriale/multimediale molto forte, tra le nuove generazioni ci sia una certa difficoltà alla concentrazione e al silenzio. Mi chiedevo perciò: ce la farò ad essere efficace, a trovare un canale comunicativo adeguato, con questa "I-Pod generation"? Come sarà possibile farsi riconoscere in quanto "adulto significativo" da questi ragazzi?
Al termine del percorso, rielaborando come sono andate le cose, ecco cosa ne ho concluso:
1. Ascolto e cambiamento. Sono riuscito a stringere un buon rapporto con loro e a lavorare bene solo perché, attraverso un continuo esercizio di ascolto ed attenzione, ho rimesso in discussione le mie metodologie e ho ridefinito il percorso ed i linguaggi. I ragazzi mi hanno costretto a non dare nulla per scontato, spiazzandomi continuamente, per cui ho dovuto dare fondo (e mettere in pratica) tutte le mie conoscenze sui processi motivazionali, l'apprendimento, la relazione educativa, ecc.
2. La nudità. Con gli adolescenti, i ruoli istituzionali sembra non funzionino più. Ammesso che mai abbiano funzionato. Con loro i ruoli non funzionano "a monte", la credibilità ai loro occhi non te la dà un'etichetta. per cui il silenzio e l'attenzione non sono condizioni "a monte", ma frutto di un percorso. In realtà io credo che anche nel passato fosse così: ognuno di noi ha conosciuto professori/educatori che valevano e di cui si aveva un rispetto profondo, ed altri che non valevano... ma c'era una formalità maggiore e stavi in silenzio anche con il professore che, sotto sotto, ritenevi insignificante. Ora no. Sono saltate le maschere, nel bene e nel male. Hai guadagnato la fiducia? Ti seguono. Non te la sei guadagnata? Non fanno alcuno sforzo per nascondere quel che pensano, il ruolo non ti difende più, la copertura pietosa che poteva dare l'illusione che tutto andasse sufficientemente bene ("perché stanno in silenzio") non vale più, il re è nudo. E "nudi" allora bisogna andare verso di loro. Cari educatori, maestri, professori, ecc. che si può fare se non c'è più la corazza del ruolo a difenderci? "Essere persone di qualità": se non hai un tuo equilibrio interiore, ti fanno saltare.
3. Tempo, organizzazione, competenze. Quando, mettendoti alla prova attraverso le loro piccole/grandi provocazioni, avranno saggiato la tua tempra, allora seguiranno anche le tue regole. Questo processo è ovviamente lungo, ha bisogno di tempo per costruire relazioni autentiche. E credo che l'attuale organizzazione scolastica contrasti di fatto con tutto questo. Per avere più tempo e maggiore qualità relazionale, ci vogliono classi più piccole con meno professori e maggiore stabilità. Occorre cioè passare dal concetto di classe al concetto di gruppo di apprendimento. E, ovviamente, ci vorrebbero insegnanti con competenze differenti, che conoscano le dinamiche di gruppo, sappiano leggere le relazioni, abbiano una forte consapevolezza di sé... e magari siano seguiti da un counselor...

Grazie a L., M., R., D., i ragazzi che hanno seguito il percorso fino alla fine. Spero di aver dato loro un seme di miglioramento, così come loro lo hanno dato a me.