07 gennaio 2008

Sotto la crosta

Più mi addentro nell'attività di counseling e più mi rendo conto di quanta fragilità umana e sofferenza ci siano in giro. Soprattutto sto notando come problemi seri di relazione, di coppia, di famiglia, vengano nascosti dietro una crosta di apparente normalità o, per meglio dire, di negazione. E basta un piccolo colpettino perché la vernice salti lasciando intravedere le crepe. Come la polvere messa sotto il tappeto, il problema non scompare, è sempre lì. Come un fuoco sotto la cenere, cova in attesa di recare danni maggiori in futuro.
La vera forza non sta nell'incassare sempre e comunque facendo buon viso a cattivo gioco, ma sta nell'ammettere "io ho un problema", riconoscerlo e cercare la strada migliore per gestirlo.
Il counseling è una delle possibilità/risorse attivabili, ma non è certo l'unica strada percorribile. Amici o associazioni, familiari o terapeuti, servizi istituzionali o di volontariato: il mondo fornisce una forte gamma di possibilità di ripresa. Una volta scartate le opzioni non adatte e quelle palesemente deleterie (santoni e cartomanti) sta solo a noi attivarci.
3, 2, 1, ... VIA!

22 dicembre 2007

Avvento

E' il tempo dell'attesa, della maturazione. L'Avvento liturgico si avvia al suo termine, mentre mia moglie ed io continueremo a vivere il nostro primo avvento familiare che terminerà a Pasqua. Ed è bello meditare su questa "convergenza parallela" tra tempo umano e tempo divino. E' bello aspettare Natale con la mano sulla liquida turbolenza della pancia di Chiara, ascoltando il silenzioso miracolo della vita scalpitante. C'è già, lo senti che c'è, lo vedi che c'è, ma ancora il tempo non è maturo. Attesa.
Quest'anno sono molto preso e non riesco a fare una poesia natalizia come quella dell'anno scorso. Anche se con queste poche righe, ci tengo però a farvi i miei auguri di cuore: che possiate anche voi sperimentare la trepidazione dell'attesa e la gioia dell'arrivo. E soprattutto, che la possiate condividere, con la fiducia si chi sa che "ciò che tarda arriverà".
PS: Per i maschietti gli auguri proseguono su Cose dell'andro-mondo.

01 dicembre 2007

Piezz 'e core

In una scuola elementare del sud d'Italia, due bambine litigano violentemente, una di esse aggredisce fisicamenete l'altra. La maestra interviene per separarle, prende la bambina più aggressiva e violenta e le rivolge un rimprovero molto secco rigurdante la violenza della sua reazione nei confronti della compagna. Nel pomeriggio, la madre di questa bambina telefona inviperita alla maestra: "Lei non si deve permettere di rimproverare mia figlia!" "Guardi signora che sua figlia era completamente fuori di sé e stava facendo del male alla compagna, andava fermata. Del resto, essendo la maestra, è mio compito..." "Non mi interessa il suo compito: se mia figlia si difende fa bene. Io mia figlia non la tocco nemmeno con un dito e sono io che le ho insegnato a farsi rispettare se qualcuno osa farle qualcosa. Se lei interviene ancora io la denuncio".
Non commento. Riporto solo alcuni stralci di un intervento di Silvia Bonino.
"Molti genitori manifestano difficoltà nel tradurre in pratica la fondamentale esigenza di porre delle regole ai figli e di chiederne il rispetto. [...] molti adulti trovano intollerabili le emozioni negative che nascono sia in loro che nel bambino quando a questi vengono poste delle regole. [...] In realtà questi conflitti non sono segno di cattiva relazione, ma sono momenti normali ed anzi necessari nello sviluppo. Essi aiutano il bambino a misurare se stesso, a costruire la propria sicurezza, a comprendere i vincoli del proprio agire e trovare strategie più creative per raggiungere i propri scopi, a costruire relazioni sociali positive. [...] Molti genitori vivono invece i momenti di conflitto con grande ansia e sensi di colpa, nell'erronea convinzione che la relazione con il bimbo debba sempre scorrere tranquilla, gioiosa a priva di asperità. [...] si stenta a riconoscere che l'azione educativa non è un susseguirsi ininterrotto di momenti idilliaci, come se la vita fosse un perpetuo spot pubblicitario o una favola in cui tutti i personaggi vivono sempre felici e contenti. Si tratta di una deformazione egocentrica, in cui l'adulto viene meno al proprio compito formativo e utilizza i bambini per compensare le proprie difficoltà, quando non le proprie carenze affettive".
(S. Bonino, "Genitori, regole, figli" in Psicologia contemporanea (204/2007), pp. 24-25)

23 novembre 2007

Blog raddoppiato!

Carissimi, vi comunico che ho appena dato vita ad un nuovo blog: Cose dell'andro-mondo.
Non spaventatevi: Counseling e dintorni continua (forte delle sue 400 visite mensili) e continuerà ad essere uno spazio di elaborazione di spunti a 360° sul benessere personale/counseling; ma volevo aprire un nuovo spazio più specifico su tematiche legate al mondo maschile e "Cose dell'andro-mondo" servirà proprio a questo.
Alla prossima!

15 novembre 2007

Il traguardo di Daniele

Nel mondo della formazione e del counseling si citano molto spesso storie ed esperienze prese dal mondo dello sport. Mi rendo conto che è una "casistica" molto ricca e forte ma, non avendo passioni sportive, non la padroneggio.
Ma ora posso rimediare per interposta persona... Ladies and gentlemen, ecco a voi il mio amico Daniele!
E' stato il mio compagno di stanza al Master ed ha appena coronato il suo sogno di correre per intero la
Maratona di New York. Sul suo blog ha tenuto il diario di questa idea che a molti può sembrare bislacca ma che vi invito a ripercorrere, post dopo post, fino alla sua splendida conclusione. Leggete almeno l'ultimo post dove racconta come è andata la sua esperienza con tanto di mini-video di commento. Guardatelo sorridere al traguardo, immedesimatevi nel suo passo, ora stanco, ora agile, ora trepidante.
Quella di Daniele è una lezione di vita, un esempio di cambiamento positivo, non potevo lascarmi sfuggire l'occasione e l'ho intervistato:

Parliamo di motivazione: cosa ti ha spinto a tentare un'impresa del genere?
Mi ha spinto la voglia di mettere alla prova me stesso su un terreno nuovo: la corsa. L’avevo sempre vista come uno sport molto faticoso e privo di quella carica di entusiasmo che possono dare altre attività quali il calcio, il basket, il tennis. Era un terreno nuovo per me e significava il dover assumere un impegno forte, che necessitava di costanza e resistenza. Una sfida ai miei limiti.

Nella tua preparazione hai incontrato delle diffcoltà fisiche ed emotive: come le hai affrontate?
La corsa prolungata è un mix di difficoltà fisiche ed emotive. Fisiche perché praticamente tutti i muscoli del corpo vengono sollecitati ed emotive perché richiede un forte controllo psicologico che eviti la noia e soprattutto permetta al fisico di non mollare nei momenti di maggior fatica. E per me, che non ero abituato a queste sollecitazioni, le difficoltà sono arrivate sia all’inizio della preparazione, anche quando i minutaggi erano molto ridotti, che negli ultimi mesi quando le uscite arrivavano a superare le due ore per arrivare fino a tre ore. Il migliorare la forza psicologica e la capacità di “tenere” è stato fondamentale. E su questo terreno il pensiero all’obiettivo finale è stato un elemento importantissimo: pensare che quello che si sta facendo è necessario per poter tagliare il traguardo della Maratona di New York è stata una spinta impareggiabile. Sulle difficoltà fisiche relative al mio ginocchio non mi dilungo, basta un’occhiata al blog e direi che ne ho parlato anche troppo…

Proviamo ad identificare le cose che più ti sono state d'aiuto nel coronare questo sogno: pensieri (cosa dicevi a te stesso, cosa pensavi di te, come ti immaginavi l'obiettivo, il traguardo), azioni (che comportamenti hai messo in atto, che scelte hai fatto), emozioni (quando? utili o negative? come le hai gestite?)
I pensieri erano rivolti principalmente allo striscione d’arrivo. Quasi in ogni uscita lunga mi ritrovavo inconsapevolmente ad immaginare il mio arrivo a Central Park. E pensavo che se uno come me, che in vita sua non aveva mai corso più di venti minuti, può arrivare in soli otto mesi, partendo da zero, a completare una maratona vuol dire che ogni cosa, se la si vuole, in qualche modo è raggiungibile. La maratona come parabola per una motivazione doppia in ogni ambito della vita.
Le azioni sono state semplicemente quelle di seguire attentamente una tabella. Prendere sul serio l’impegno e non trovare scuse con me stesso. Se quella è stata la scelta dovevo confermarne le conseguenze: mettere in essere un allenamento serio.
Negli otto mesi di preparazione ho vissuto ogni emozione positiva ed il suo contrario. La gioia per arrivare a completare settimana dopo settimana i piccoli traguardi, la rabbia per l’eccessiva fatica che provavo in certe uscite (quando invece credevo di aver raggiunto un miglior allenamento) e quando si è presentato il problema fisico, la paura di un incidente o di un infortunio (come poi è accaduto) che poteva far crollare il sogno. E per le emozioni il mio blog è stato uno strumento inaspettatamente efficace. Scrivevo quello che provavo e di volta in volta arrivavano visitatori che portavano il loro sostegno od incitamento. Non mi sarei mai aspettato che il blog diventasse così popolare e potesse dare la spinta che poi mi ha dato. Importante nella gestione delle emozioni è stato anche il fatto di poter talvolta fare allenamenti in compagnia. Condividere la fatica, scambiare due chiacchere correndo o impressioni sulla progressione della propria forma è stato sicuramente utile.

Dopo aver raggiunto il tuo traguardo cosa pensi di te stesso? è cambiata la tua immagine interiore?
L’ho scritto in diversi sms che ho mandato in risposta ad amici che mi chiedevano come era andata: nel post maratona mi sentivo una sorta di
Iron Man. E su questo ha influito anche la resistenza al dolore e la capacità di superare la difficoltà fisica relativa al problema al ginocchio. Mi sono sentito forte, psicologicamente determinato e capace di soffrire per provare poi emozioni positive impareggiabili. Volevo tagliare quel traguardo e l’ho raggiunto, la mia autostima ne ha sicuramente tratto vantaggio…

01 novembre 2007

"Ci cangia 'ddifrisca"

Se non siete salentini dovete prima sapere cosa significa "ddifriscu" (o "ddafriscu" o "ddefriscu" a seconda del paese d'origine). Immaginate un'estate torrida nel meridione d'italia, quando l'afa ti soffoca, il sole ti brucia e ogni movimento è causa di fatica e pesantezza. In una situazione del genere vuoi solo una cosa: "ddifriscare", che significa sì "rinfrescarsi", ma molto di più, perché parliamo di un ristoro riposante, un relax rigenerante. E' questo il senso di "ddifriscu".
Ora torniamo al proverbio salentino citato nel titolo. "Ci cangia ddifrisca", chi cambia rinfresca/ddifrisca, cioè: il cambiamento ti rigenera. Voglio dedicare questo proverbio a tutte le persone che incontro nei corsi di formazione e che, nonostante il grande desiderio di cambiamento, sono preda della disillusione. Amareggiate dagli insuccessi precedenti, bloccate dalle voci interiori svalutanti, spente da mille pressioni che rendono difficile ogni mossa. O semplicemente spaventate, perché cambiare significa comunque accettare una certa destabilizzazione e questo può farlo solo chi è sufficientemente consapevole delle proprie energie o incosciente o disperato.
Ma se siete spossati, soffocati, affaticati, non indugiate: godetevi il ristoro del cambiamento.
Ci cangia 'ddifrisca!

PS: Vi consiglio un interessante e motivante intervento di Steve Jobs: buona visione!

13 ottobre 2007

Chimiche lobotomie giovanili

"Ingoia questa pillola e non dovrai più urlare
si spegnerà ogni cosa magicamente
ti sentirai leggero come non mai, vedrai...
Occhi fissi e torbidi, lingua gonfia e tumida,
perenne anestesia...
Via tutti i tuoi incubi, via con tutti i sogni tuoi
perenne anestesia...
(Ustmamò, Lepre, 1993)


In uno dei miei primi post di circa un anno fa ("Mondo impasticcato"), avevo già espresso il mio parere sull'uso sempre più massiccio e diffuso di psicofarmaci. Mi ritrovo ora a parlarne sulla scia di una recente inchiesta de L'Espresso che rilancia l'allarme psicofarmaci tra le generazioni più giovani. A quanto già scritto e all'anorme tristezza che queste notizie mi provocano, aggiungo un'altra amara riflessione.

Mi dà fastidio la retorica de "i 'ggiovani che cambiano il mondo". Eppure credo che talvolta le radici delle spinte di miglioramento sociale stiano anche nella fisiologica maturazione di un'identità che vuole in qualche maniera proporsi come "altra", "diversa" rispetto all'esistente. Trovarsi con giovani generazioni chimicamente anestetizzate è uccidere il proprio futuro.

Massììì, forza ragazzi, continuiamo così, lobotomizziamoci tutti a suon di pasticche! Non è forse questo che ci chiedono? Smettiamola di rompere le scatole co 'sta storia del cambiamento!
Portiamo a compimento la sorte di una generazione che, pur di sfuggire agli incubi, ha deciso di rinunciare ai sogni.

28 settembre 2007

Domande su viandanti e navigatori

Mi piace leggere le cartine geografiche e orientarmi leggendo il territorio, ma confesso che se non fosse stato per il "navigatore" installato sul cellulare mi sarei perso nell'hinterland milanese alla ricerca della sede del cliente di turno. Leggo su internet che ora i navigatori sono diventati indispensabili e questo mi sembra metaforico dei nostri tempi.
Se alcune generazioni sono rimaste affascinate dalla vita "on the road", fino ad affermare che l'importante non è la méta, ma il viaggio in sé, torna evidentemente alla ribalta la necessità di un andare "da qualche parte", come ci ricordano i menestrelli Ligabue ("andare ve bene, però - a volte serve un motivo - un motivo-o-o...") e Fabi ("Non tutte le strade sono un percorso").
Dove stiamo andando? Come ci arriviamo? Se la vita è un cammino (secondo una metafora condivisa - per quel che mi risulta - da tutte le fedi/religioni), che méta stiamo perseguendo?
Stando alla diffusione così massiccia di navigatori, sembra che fatichiamo a trovare la nostra strada da soli e abbiamo bisogno di una voce che ci guidi passo per passo. Avere dei buoni maestri, dei compagni di strada, mi sembra necessario. Ma quanti di noi riescono ancora a fare "la propria strada"? Il rischio è, infatti, che qualcun altro decida per noi méta e itinerario (un navigatore, una ideologia, una moda, un partito, una religione, un partner o un genitore, ...). Il rischio è che qualcun altro decida per noi il senso del nostro andare, togliendoci, assieme alla paura di sbagliare strada, anche il gusto della responsabilità e della scoperta.
Cari viandanti, navigatori del web, buona strada. Come diceva Paolo Hendel: "Da dove veniamo? Dove andiamo? Ma soprattutto: ci basteranno i soldi per la benzina?"

10 settembre 2007

TV Counseling: "S.O.S. Tata"

Un consiglio per tutti i lettori del blog: non perdetevi "S.O.S.Tata" (la terza serie in onda su FoxLife il martedì sera, con varie repliche nei giorni successivi ma in alcuni periodi va anche su LA7). la mia trasmissione preferita (erano anni che non ne avevo una!).
Come forse saprete si tratta di una trasmissione (ingiustamente assimilata ai tanti reality-show) in cui famiglie con difficoltà educative chiedono l'intervento di una "tata" (in realtà sono delle pedagogiste esperte) che, una volta osservato l'ambiente familiare per due giorni, dà delle dritte per "raddrizzare" la situazione e gestire meglio il rapporto con i figli.
A parte alcune perdonabili "sbavature" (comunque ironiche) dovute al formati televisivo (il ridicolo "paradiso delle tate" dove i bimbi giocano felici, il look "signorina Rottermeier", la chiamata d'emergenza, il montaggio strappalacrime che accompagna il commiato), la trasmissione è veramente da guardare. Guardarla con gli occhi di un normale spettatore farà ridere, pensare e (spero) mettersi in gioco, confrontando i propri meccanismi educativi con quelli della famiglia in questione. Guardare "S.O.S. Tata" con gli occhi del counselor permette, invece, di esercitarsi nella lettura delle relazioni familiari, confrontandola magari con quella fatta dalla tata/pedagogista di turno (a mio avvio sono tutte bravissime, specie la più esperta, Lucia Rizzi). Ma non solo: dietro le semplici "regolette" e i feedback ai genitori (dati generalmente con grande magistrale assertività), si possono leggere in filigrana i grandi temi psicologici delle relazioni. Così, in una puntata potrete trovare il tema dell'autostima, in un'altra quella dei riconoscimenti, in un'altra ancora quello della comunicazione distonica, e poi quello della simbiosi, dell'identità, della fusione/separazione,... o magari tutti questi temi insieme, ma con una leggerezza ed una sintesi invidiabile (con due puntate ci farei interi corsi).
Per cui non chiamatemi il martedì sera dalle 21.00 in poi, sono sdivanato a ridere e riflettere guardando "S.O.S. Tata". Ho ancora pochi mesi per vedere la trasmissione con gli occhi analitici del counselor: la sto registrando per poterla rivedere ad aprile con quelli (più apprensivi) del papà...

08 luglio 2007

Compagni di scuola

Questa è una dedica, doverosa per la sua importanza.
Oggi è terminato il percorso triennale di formazione "Il Counseling e le relazioni d'aiuto" che ho frequentato presso il Centro Berne. Voglio ringraziare pubblicamente tutti i miei compagni di strada che hanno condiviso con me quest'esperienza entusiasmante, difficile, soprattutto rigenerante.
Grazie per quello che ci siamo donati, per lo scambio di idee, le collaborazioni, gli scazzi, le risate e tutto quello che ha reso possibile la nostra trasformazione in persone evidentemente migliori e, confido, più utili al mondo.
Grazie a chi ha iniziato tre anni fa, a chi si è aggiunto per strada, a chi, strada facendo, ha preso altre strade, ai docenti del Centro e a tutti coloro che ci ruotano attorno.
Alessandra, Claudio, Antonella, Grazia, Teresa, Egle, simona, Amelia, Eleonora, Chiara, Francesca, Paola, Elisabetta, Maria Giulia, Alberto, Debora, Silvia, Davide, Cristina, Giovanna, Chiara, Antonella, Giorgio, Giacomo, Dianora, Fabio, Alessandra, Anna, Michele, Consuelo, Lucia, Raffaella, ... Mi porto dentro un pezzetto della vostra vita.
Sì, è stato bello e so che, seppure in forme e tempi differenti, continuerà ad esserlo.
Un abbraccio ++