14 maggio 2007

Le perle di Ammaniti

"Come Dio comanda" di Niccolò Ammaniti è un romanzo tanto duro quanto eccezionale. Se siete molto sensibili ve lo sconsiglio, se riuscite a superare la sua "durezza" potreste scoprire delle perle. Io ne ho trovate almeno due, provo a condividerle.
Prima perla. E' una storia squallidissima, di personaggi sporchi, brutti, cattivi. E stupidi. Violenti, ladri, laidi, folli o semplicemente disperati, tutti i personaggi finiscono con l'attribuire a Dio l'origine delle proprie azioni.
Poveri uomini: incapaci di prendersi le responsabilità del proprio agire.
Ma anche povero Dio: tirato sempre in ballo per giustificare ogni nostra umana pazzia, ogni nostro fantasma interiore.
Seconda perla. In questa storia trovo bellissima la descrizione dell'ambiguo rapporto tra il padre e il figlio. Cristiano Zena ama suo padre. Che non è un bravo papà, non lo protegge, non lo aiuta, non gli è d'esempio. Il vero prototipo di "cattivo papà". E allora? Cristiano Zena ama suo padre perché sa che, per quanto distorto sia questo amore, è l'unico amore che suo padre sa dargli.
Nella cupa notte che fa da scena al romanzo, questa certezza del cuore apre l'unico bagliore di speranza. La consapevolezza di un amore. Nonostante tutto.

POSTILLA del 18.05, ore 22.10: Proprio ora apprendo che, dopo "Io non ho paura", Salvatores vuole fare un altro film da un romanzo di Ammaniti: proprio da "Come Dio comanda".

02 maggio 2007

Lettera a Gigino

Caro Gigino,in un post precedente ti ho tirato in ballo e so che aspetti ancora una risposta alla tua fatidica domanda "Ma che cosa è sto counseling e che cosa fa un counselor?". Avevo provato a risponderti ma non erano risposte che ti soddisfacevano: nella tua semplicità sei molto esigente. Ora, dopo mesi di ripensamenti e confronto con altri counselor in erba, ti scrivo questa lettera perché credo di essere arrivato ad una formulazione soddisfacente. Spero che la troverai semplice e al tempo stesso efficace, proprio come la volevi tu.
"Il counselor è un professionista che aiuta a capire ed affrontare quei problemi della vita quotidiana che ostacolano una buona realizzazione personale nelle relazioni con gli altri (nella coppia, in famiglia, sul lavoro, con gli amici, ecc.). Quando voglio migliorare la qualità del rapporto con gli altri, quando mi sento bloccato e ho bisogno di ritrovare energia o quando ho necessità di superare un'esperienza difficile, posso rivolgermi ad un counselor. Un percorso di counseling cerca di farmi prendere consapevolezza della situazione che vivo e a sbloccare le risorse interiori che possiedo per raggiungere i miei obiettivi di benessere".
Ecco, Gigino, questa è la definizione più semplice ed efficace che riesco a fare adesso. Che te ne pare? Aspetto una tua risposta.
A presto,
Francesco

13 aprile 2007

Aprile dolce dormire

Sarà per colpa del cognome che ho, ma sto riscoprendo la saggezza di questo proverbio. Le giornate si allungano, inizia il caldo, il metabolismo cambia, e il corpo ci chiede tempo per abituarsi, magari sonnecchiando un po' di più o prendendosela più comoda.
Mi ritengo abbastanza pigro da godermi sufficientemente la vita ma mi capita comunque di cascare nella trappola del "più veloce" e dell'affanno. Cominciano allora ad arrivare dei segnali fisiologici che sembrano dire: "Caro testone, smettila di correre e riposati un po' di più. Se non lo farai tu di tua volontà, sarò costretto a farlo io ricorrendo alle maniere forti, mettendoti a letto. Saluti e baci, Il tuo corpo". Credo che questo mesaggio arrivi un po' a tutti, anche se non tutti lo ascoltano, visto che conosco diverse persone capaci di trasformare anche le vacanze in occasioni di affanno organizzativo.
E allora riposiamoci.
Poltrire in ciabatte sulla poltroncina in giardino, per il gusto di respirare e sonnecchiare, senza avere per forza qualcosa da fare. Sfogliare un fumetto con curiosità e leggerezza, per il gusto di leggere e distrarsi, senza avere per forza qualcosa da imparare. Bighellonare con calma e senza meta, per il gusto di camminare, senza avere per forza un posto da raggiungere.
Riscopriamo l'ozio in un mondo che corre troppo per gustarsi la vita. Da questo sonno si risveglieranno le energie migliori.
.......zzzzzzzzz.......

02 aprile 2007

Persone di Spirito

Voglio fare un augurio pasquale: che possiamo essere persone "di Spirito". Capaci, cioè, di cogliere il gusto dell'esistenza, di ricercarne il giusto e coltivarne il bello. Senza fughe solitarie, nella difficile ma arricchente compagnia degli uomini. La fratellanza umana nasce da qui, da questa trascendenza che rende necessario esplorare la diversità del mondo raccontandone i colori, i suoni e le storie.
Lo Spirito non ha padroni, "soffia dove vuole", non si fa imbrigliare da una definizione univoca. Ce lo dicono gli stessi testi sacri nel cui nome si stanno scatenando in questi mesi tante lotte ideologiche con contorno di religione, che rischiano di esasperare le contrapposizioni più che ascoltare le diversità.
Invece una vita spirituale "seria" è ciò che può unire i credenti delle varie fedi e addirittura i credenti con i non credenti. Non nell'ottica di un trasognato ed edulcorato approccio sincretista, di spiritualità "a buon mercato". Ma nella voglia di aprirsi all'altro, prendendo "sul serio" la sua esperienza spirituale e porgendogli la propria come un dono, non come una clava.
Chiudo questo post con due citazioni. Anzitutto vi invito a leggere questo bellissimo scritto di Enzo Bianchi, che esprime ciò che voglio dire meglio di queste mie parole incerte. E poi voglio condividere con voi una "perla" del mio autore preferito, come augurio di una crescita spirituale per tutti gli uomini che si rivolgono al cielo "con la mano del credente e quella dell'incredulo": "La verità divina vuole essere implorata con entrambe le mani. A chi si rivolge a lei con la doppia preghiera del credente e dell’incredulo essa non si negherà. Della sua sapienza Dio dà all’uno ed all’altro, alla fede come all’incredulità, ma ad entrambe solo se la loro preghiera giunge a lui unita" (Franz Rosenzweig).

22 marzo 2007

La fantasmagorica vita di Marco

Vi racconto una storia vera, raccolta dalla mia frequentazione del magico mondo delle aziende. Marco lavora nell'Ufficio Risorse Umane di una grande azienda italiana di informatica. Un ingenuo osservatore esterno nota che c'è qualcosa che non va nel modo di lavorare di questa società. Marco, infatti, passa tutta la giornata a parlare prima con un responsabile e poi un un altro, con un capo e poi con il capo del suo capo. Nulla di realmente necessario dal punto di vista operativo, ma solo dal punto di vista "politico" cioè di mantenimento dei giochi di potere aziendali interni; e Marco ne è perfettamente consapevole. Alle 17.30, invece di uscire al termine della sua giornata, Marco si siede alla sua scrivania: "Finalmente ora posso lavorare un po' per bene!" Si concentra sul da fare e resta lì fino alle 20.00. Tutti i giorni. Durante la pausa pranzo, uno degli argomenti preferiti da Marco e dai suoi colleghi è quello di lamentarsi di quanto il lavoro invada la loro sfera privata, di quanto debbano sopportare quelle mogli che li vorrebbero un po' di più in casa. Giorno dopo giorno. Un'altra pausa, un altro caffè, un'altra lamentela. E tutto che resta uguale.
Cosa ci vedete in questa storia? Una azienda cattiva che opprime il dipendente? Una persona "debole" che non sa organizzarsi il lavoro e i tempi rimanendone vittima? Una coppia fragile in cui il lavoro serve per "coprire" un vuoto e avere un agente esterno da incolpare per il tempo che non ci si riesce a dare?
Ci sono tanti Marco e tante aziende che lavorano così: è in questi casi che si aprono le possibilità di sperimentare forme di counseling aziendale. Ad aziende così un serio percorso di counseling può ovviamente fare solo bene. Per la possibilità di ridare a Marco più maturità umana e professionale. Per la possibilità di dare all'azienda una risorsa più "produttiva" e motivata". Per la possibilità di dare maggior armonia all'equilibrio tra lavoro e vita privata.
Se incontrate Marco, ditegli di visitare questo blog!
NOTA TECNICA PER I LETTORI: per essere avvisati dei prossimi post, vi prego di iscrivervi al servizio automatico di notifica inserendo la vostra mail nella colonna accanto oppure di utilizzare la notifica via RSS. Grazie!

23 febbraio 2007

Fiocchi rosa, fiocchi blu

Sulla differenza più antica del mondo (uomini/donne) è stato detto tanto; di fatto è l'Argomento per eccellenza. E tutti, infatti, ne parliamo, non fosse altro che per riderci su, come fanno i comici di Zelig o i tormentoni via internet (di cui pubblico una divertente immagine come esempio).
Parlare di uomini e donne e delle loro differenze è un campo minato perché tocchiamo uno dei nodi più profondi della nostra identità. Ci stanno dentro aspetti biologici, culturali, educativi, psicologici, ...
Che femmine e maschi siano diversi è, grazie a Dio, una verità biologica. Dalle femministe più accese ai religiosi più conservatori, la differenza tra i sessi è sottolineata in maniera radicale per i motivi più diversi. Ed è ormai accettato da (quasi) tutti che la differenza biologica non può essere "neutra": avere o non avere un corpo che segue dei cicli e che si modifica al punto di accogliere un'altra creatura cui dà vita e nutrimento, è un fatto che certamente influisce sulla psiche, il modo di veder il mondo e di pensare. Ma appena si esce dall'ambito della fisologia, provando a "definire" in qualche maniera universale questa differenza e ci si addentra in questioni di identità, di cosa un uomo o una donna "dovrebbero" essere, entriamo in un campo minato e in ogni definizione sento puzza di bruciato. Così, ogni volta che sento dire frasi del tipo "è attenta alle emozioni come solo una donna sa essere" oppure "con il pragmatismo che è tipico degli uomini", entro in allarme, perché sento puzza di un luogo comune dietro l'angolo. O, ancora peggio, di una strumentalizzazione. Comunque di una limitazione del modo di essere dei concreti uomini e donne che calcano la scena di questo pianeta. Andiamo avanti con l'esempio preso da un classico luogo comune culturale: "L'uomo è forte, la donna sensibile". Generazioni cresciute a colpi di questa definizione semplicistica, ed eccoci davanti a generazioni di maschi che non si concendono il permesso di provare emozioni (perché piangere "è roba da femminucce", perché l'uomo "non deve chiedere mai"), e a donne considerate "mascoline" perché autonome e decise. Mi sembra evidente che ogni volta che diciamo che una donna dovrebbe essere sensibile "in quanto donna" stiamo dando un giudizio di condanna a tutte quelle donne che, dimostrando una maggior forza sono da considerarsi di fatto "un po' meno donne"; così come ogni volta che diciamo che un uomo vero è quello che segue la politica, stiamo dicendo, di fatto, che chi non la segue è "un po' meno maschio". Che il suo modo di essere non va bene: stiamo sacrificando la persona reale all'idea di ciò che "dovrebbbe essere".
Ovviamente tutto questo ha poi un riflesso sui ruoli di coppia, per non parlare del riflesso sulla vita della famiglia e sui ruoli educativi (ma di questo parleremo in un altro post).
La mia proposta? Pensare ad una persona nella sua completezza, per ciò che è (quindi compresa la sua identità sessuale biologica), ma non per come "dovrebbe essere" rispetto ad una qualsiasi presunta codificazione di ruoli sessuali "universali". Andando nel pratico, quindi, in una coppia, dividersi gli incarichi di casa e lavoro dovrebbe essere una elaborazione fatta in due, consapevolmente, frutto delle possibilità, delle capacità, magari anche delle abitudini, ma non del fatto che le donne hanno scritto nel dna come lavare i piatti, mentre gli uomini avrebbero scritto nel dna di non passare l'aspirapolvere o di stirare.
A questo punto, assalito dai sensi di colpa per mia moglie che stira mentre io faccio l'intellettualoide su internet,
non mi resta che chiedere: voi che ne pensate?
PS: Care lettrici del blog, è vero l'ho tirata per le lunghe... ma gli auguri ve li faccio lo stesso!

Tu chiamale, se vuoi,...

...emozioooniiiiii" cantava il Battistone nazionale.
È da un po' di anni che assistiamo ad una rivalutazione del mondo delle emozioni (anche a partire dai libri scritti da Gardner e Goleman). Dopo secoli in cui le emozioni sono state subite o temute, ci siamo accorti che sono un elemento fondamentale dell'esistenza umana. In un certo senso è una riscoperta perché per molti filosofi e per alcune tradizioni culturali non è così: l'uomo saggio sarebbe quello che sa distaccarsi dalle emozioni (o addirittura quello che non ne prova nessuna); lo stesso ideale di perfezione (o di divino) che molti di essi sostengono è a-emotivo (non così il Dio dell'ebraismo, che è un gran passionale). Ora invece ci diciamo che le emozioni sono importanti, che non vanno soffocate ma riconosciute e gestite come una parte importante di noi stessi. Ma, come tutte le cose dimenticate e poi riscoperte, segue spesso una fase di "moda", che banalizza le cose a furia di parlarne.
Resta il fatto che ancora non c'è una cultura matura e diffusa delle emozioni. Faccio un esempio citando una frase che a tutti è capitato di sentir dire da qualche amico: "Il mio difetto è che sono una persona emotiva". Ma che significa? Tutti siamo "emotivi", cioè tutti "proviamo emozioni" così come tutti respiriamo ma nessuno si sognerebbe di dire: "Il mio difetto è che sono una persona troppo respirante". Forse con quella frase vogliamo dire qualcosa di importante (magari "sono molto sensibile" oppure "sono una persona generalmente ansiosa" oppure "reagisco incontrollatamente"), ma non troviamo parole più appropriate per dirlo. E questo è significativo: perché il primo passo per una maturazione emotiva è proprio quello di saper riconoscere il proprio vissuto interiore "dando un nome" a ciò che "ci bolle nel sangue". Da qui si può iniziare poi a gestire le emozioni nella maniera più opportuna, cercando un'armonia con i propri pensieri, ideali ed obiettivi.
Riconoscere le emozioni in gioco è il passaggio chiave per poterne godere e viverle in profondità senza rinunciare ai loro vantaggi e alla loro energia e, al tempo stesso, senza essere “travolti” (noi e gli altri) da forze prima soffocate e poi incontrollate.
Riprendiamoci le emozioni. Gioia, delusione, rabbia, serenità, tristezza, paura,... viverle, riconoscerle, gestirle.
C'è un limite? Personalmente eviterei di "guidare come un pazzo a fari spenti nella notteee..."

10 febbraio 2007

Tiri in porta

Lo ammetto: non sono uno sportivo e in particolare non amo il calcio (uniche partite che vedo per intero: la Nazionale ai mondiali). Eppure la metafora sportiva ha un suo fascino, in particolare per quei momenti chiave (come un tiro in porta) che possono cambiare il corso dell'incontro. La vita ci pone davanti continuamente dei momenti chiave, decisivi come dei calci di rigore che possono regalarti un Mondiale. Tiro dopo tiro, la nostra esistenza si dipana, prendendo strade talvolta scelte, talaltra imprevedibili. Un mio amico ama "tormentarsi" con domande del tipo: "Cosa ne sarebbe stato di me se quella volta la palla fosse entrata? E se quell'altra volta non avessi battuto il portiere?" E' il tema delle "vite non vissute", che personalmente mi pongo poco, mentre rimane aperto il tema dell'importanza delle scelte di vita. A parte una fisologica e salutare percentuale di "casualità", i risultati della partita non sono il frutto della singola scelta (del singolo tiro), ma sono il frutto dei criteri che ti orientano nelle scelte e che fanno il tuo stile di gioco: "Nino non aver paura / di tirare un calcio di rigore / non è mica da questi particolari / che si giudica un giocatore / Un giocatore si vede dal coraggio / dall'altruismo, dalla fantasia..." (F. De Gregori)

23 gennaio 2007

Lascia o raddoppia?

Le domande sono potenti. Le domande sono pericolose. Fare la domanda giusta può significare la riuscita di un sogno, farne una sbagliata il crollo di un'esistenza.
La domanda che, nel piccolo della mia esperienza, ho trovato più forte e profonda, capace di sconvolgere l'interlocutore è: "Ma tu, cosa vuoi veramente?". A questa domanda si sollevano tutte le voci interne, la folla di desideri contrastanti, le identità multiple che lottano per la supremazia, per avere la meglio nei nostri conflitti interiori. Cosa vogliamo veramente? Quale progetto vogliamo realizzare, per quale idea ci impegniamo a lottare, per chi ci alziamo la mattina? E in questi casi non c'è l'aiuto del pubblico né quello da casa né l'opzione "50:50". La risposta sta a noi.
Cosa vogliamo veramente? Tic, tac, tic, tac... Il tempo scorre, il gong si avvicina: hai la risposta definitiva?
La accendiamo?

08 gennaio 2007

L'orecchio di Salomone

Ladies and gentleman, vi presento il re Salomone, l'uomo più saggio di tutti i tempi. Il suo segreto? Semplice: sa ascoltare. Era questo dono, infatti, che aveva chiesto in preghiera: "Donami, Signore, un cuore che ascolta". La saggezza, insomma, è una questione di ascolto. A pensarci bene, non è solo la saggezza, ma tutta la nostra vita ad essere legata all'ascolto. Dalla qualità dell’ascolto dipende la qualità delle relazioni. Tanto più di una relazione che vuole essere relazione d’aiuto, come il counseling. E' questo che un buon counselor fa: soprattutto ascolta. Il resto viene dopo.
Siamo sicuramente capaci di sentire, forse un po' meno capaci di ascoltare. L’ascolto ha bisogno di essere continuamente rinnovato, sostenuto, purificato. L’altro mi parla, comunica di sé in una maniera ampia, che comprende le parole ma va anche al di là di esse. Ascoltare senza accavallarsi, senza foga di controbattere; puramente ricettivi, senza dare per scontato ciò che l'altro mi dirà. Con la paziente fatica dell'umiltà, necessaria per prendere sul serio le parole che l'altro ci dona, senza incasellarle in automatico nei propri schemi. Buon ascolto!

PS: "Salomone" in ebraico significa "il pacifico": solo chi ascolta sa "fare" la pace.