Come sono cambiate le espressioni sociali delle emozioni? Alcune suggestioni per notare le differenze delle quattro emozioni principali (tristezza, rabbia, paura, gioia) col mutare della società.
Filmato realizzato da me per le Giornate di Analisi Transazionale organizzate da AIAT e IAT nel dicembre del 2008 sul tema: "AT e società: sviluppi a cinquant'anni dal sistema di Psichiatria sociale di Eric Berne".
Diario divulgativo: relazioni, comunicazione interpersonale, counseling, analisi transazionale e tutto ciò che può essere utile per migliorarsi la vita
10 marzo 2009
08 marzo 2009
25 gennaio 2009
Non è tempo per noi

A meno che non viviate in un eremo o abbiate deciso di aprire un baretto su una spiaggia caraibica, vi capiterà di fare una lotta più o meno forte (e più o meno persa) contro il tempo.
Ovviamente le proprie abitudini caratteriali (quanto mi riempio la giornata) e le pressioni sociali (ad esempio: vivere a Milano o a Foligno) variano da persona a persona, ma c'è una dimensione che è spesso comune: il senso di fatica generato dal tenere più cose insieme, alcune volute ed altre (talvolta tante) "dovute" in un tempo limitato. Ecco allora la necessità di dover stabilire le priorità. I maestri del "time management" insegnano che è importante stabilire una gerarchia delle proprie attività seguendo due criteri: l'importanza e l'urgenza. Ci sono cose importanti ed urgenti che vanno fatte subito, ci sono cose non importanti e non urgenti che vanno tralasciate. I problemi sorgono con le altre due opzioni. Ci sono cose importanti ma non urgenti che vengono in genere superate dal quelle urgenti ma non importanti. Per un manager, ad esempio, è importante dedicare del tempo a dei seri momenti di conoscenza e condivisione con i propri collaboratori. Ma "non c'è tempo"... Per un genitore potrebbe essere importante mantenere dei propri momenti di silenzio per evitare di essere fagocitato ed esaurirsi nelle mille faccende familiari. Ma "non c'è tempo"... E sempre per un genitore è importante avere del tempo da dedicare al gioco con i propri figli. Ma spesso questo non c'è perché "con tutto quello che ho da fare per mandare avanti la baracca..." Non c'è tempo!
In realtà il tempo non c'è per nessuno, per il semplice fatto che non esiste (vi risparmio la dimostrazione filosofica), quindi "non avere tempo" è un falso problema. Il vero problema è che le cose urgenti scacciano quelle importanti, ma per garantirci felicità occorre affrontare la fatica di dedicarci alle cose importanti. Nello spazio contenuto di questo blog, eccovi un consiglio "pronto all'uso".
Uno dei modi migliori per trovare tempo per le cose importanti ma non urgenti è quello di ritualizzarle. Riservare un'ora alla settimana per un dialogo libero con i collaboratori. Dedicare venti minuti al giorno alla "decompressione" personale. Al rientro dal lavoro, celebrare il rito quotidiano del gioco con i figli, che niente deve interrompere. Perché il rito, per definizione, ha a che fare con il sacro e non deve essere violato. Ci sarà poi da lottare contro la fregatura dell'abitudine (che fa perdere il gusto del rito e ne offusca il valore) attraverso un esercizio di creatività, ma questo è un altro discorso.
Ora vi saluto, devo correre perché ho da fare. Come dite? E' un po' di mesi che scrivo poco sul blog? Sì, lo so che è una cosa importante ma... non c'è tempo, con tutto quello che ho da fare...
22 dicembre 2008
Natale con i tuoi: oltre il teatrino
Che ci piaccia o meno, il Natale è la festa dei ritrovi familiari. Che, sulla carta, dovrebbero essere occasioni di serenità e convivialità ed invece per molti sono l'ennesima riproposizione di stanchi, tristi, pietosi copioni. Avevamo sperato di ritrovarci a tavola con i familiari con l'intenzione sincera di un momento piacevole e ristoratore dagli affanni ed invece ci ritroviamo a dover sopportare discorsi finti, ad assistere alla scena ritrita in cui ognuno ri-recita la propria affezionatissima parte (genitore brontolone, fratello perfettino, moglie premurosa, figlio ribelle, ecc). E non si parla di quello che veramente pensiamo, sentiamo siamo: ripetiamo le frasi che ci lasciano nel nostro ruolo e non ci permettono di incontrare veramente l'altro da cuore a cuore. Ecco allora che le feste natalize diventano un supplizio da sopportare con il sorriso "meno finto possibile" che riusciamo a sfoderare per salvaguardare la forma apparente. E paradossalmente, tutto questo acccade proprio con le persone con cui (idealmente) ci potrebbe esssere il massimo della condivisione. Che peccato! Abbiam perso un'altra occasione per recuperare "qui ed ora" un pezzo di felicità. Eppure potrebbe non essere così. Anche se la difficoltà di cambiare le cose è direttamente proporzionale alla forza delle abitudini.Cari lettori, eccovi allora i miei auguri: che possiate sperimentare negli incontri familiari di queste feste la possibilità di relazioni più sentite, scrostando la patina del già-visto e gustando la possibilità di incontri più autentici. Si può fare? Direi di sì: cosa abbiamo da perdere?
AUGURI!
11 dicembre 2008
Prendere o lasciare?
Riporto una citazione da Le ali e la brezza del teologo cattolico X. Thévenot (Ed. Qiqajon, Bose 2002, pp. 157-159)."Il piacere, a causa della sua qualità paradossale, è oggetto di fascino e nel contempo di timore. Così non c’è da meravigliarsi troppo se spesso lo si vede sacralizzato, cioè impiegato come una realtà di inquietante estraneità, che certamente promette un mondo meraviglioso, ma nel contempo minaccia malessere o morte se si arriva ad avvicinarla troppo. E dal momento che il sacro viene troppo spesso confuso con il divino, è comprensibile che le religioni, e tra queste il cristianesimo, abbiamo sempre incontrato difficoltà a prendere posizione nei confronti del piacere. In realtà, la lettura della tradizione cristiana mostra che alcuni teologi del passato hanno tenuto discorsi molto equilibrati sui piaceri; ma infinitamente più numerosi sono stati coloro – anche tra i più grandi -, che hanno demonizzato il godimento, specie quando era di ordine sessuale. Le loro affermazioni suscitano un profondo disagio nel lettore di oggi. Come si è potuto ripetere per secoli affermazioni come questa di Origene: “lo Spirito santo non è presente al momento del compimento degli atti coniugali”? Come si è potuto nutrire una diffidenza così forte nei confronti dei gesti erotici tra gli sposi, e soprattutto del piacere dell’orgasmo? Una religione la cui convinzione centrale è che il Figlio di Dio abbia assunto la carne dell’uomo, in che modo e perché ha potuto invece favorire una negazione così generalizzata del corpo sessuato e dei suoi godimenti? Certo, è possibile cogliere l’intenzione che animava la maggior parte di quegli scritti della tradizione cristiana: evitare di idolatrare le varie forme di godimento e così lottare contro la “tirannia” alla quale può condurre una ricerca travolgente dei piaceri. Un’intenzione di questo tipo non ha certo perso la sua pertinenza. Infatti il godimento intenso ha come effetto un’uscita da se stessi. Esso dà all’individuo l’espressione di oltrepassare con una trasgressione i limiti della sua condizione umana. rischia di tagliarlo fuori dal suo rapporto con l’umile realtà quotidiana. Il corpo, invece di restare uno dei segni privilegiati del dono gratuito del Dio creatore, finisce per non rimandare che a se stesso. Ma se ci si ferma soltanto alla denuncia di questa possibilità idolatrica inerente al godimento, si dimentica la qualità paradossale del piacere, e si soccombe così a un’altra forma di idolatria, altrettanto grave: quella che attribuisce alla volontà la falsa impressione di potersi dominare in modo pieno. In realtà, nel momento stesso in cui è in estasi, il piacere è anche esperienza di abbandono, un “lasciare la presa”, un venir meno dell’autocontrollo. Proprio attraverso questa esperienza, esso costituisce per l’individuo un richiamo molto esistenziale alla sua condizione di creatura. Lo obbliga a prender coscienza che, per godere bene, bisogna accettare di affidarsi al proprio corpo e a quello del partner che provoca il desiderio; il che limita l’aspirazione spontanea a non dipendere da nessuno. Per questo, porsi come obiettivo il non provare più piacere è una falsa ascesi. Equivale a idolatrare la propria capacità di controllo sul mondo e sugli altri; in fin dei conti significa voler diventare come Dio".
05 dicembre 2008
Su emozioni ed empatia
E' vero, ultimamanete sto trascurando un po' i blog per una serie di coincidenze che mi stanno rendendo la vita un po' troppo affollata. Nell'attesa di rivolgermi ad un counselor che mi aiuti a rimettere un po' d'ordine, vi segnalo questo articolo sulle emozioni e l'empatia. Chi segue questi temi non ci troverà nulla di nuovo o sconvolgente, ma resta sempre interessante ribadire la potenza (spesso anche in positivo) di certi meccanismi emotivi che ci rendono la vita più bella ed interessante. Buona lettura e a presto!
08 novembre 2008
L'incomprensione
"Una delle cose più sconcertanti nell'abbandono o nella follia è dover chiedere aiuto a un altro. Dici "Sto male" e quello ti chiede "Cos'hai?". Ma tu non sai cos'hai, stai male e basta. Arriva il primo che cerca di capire perché stai male e, "naturalmente", è sempre "un mal di pancia", mai una cosa psichica. Mai. E' sempre perché fa male la testa, il torace,... se poi muori di crepacuore la gente non sa cos'è. E' questa la dannazione dell'uomo: l'incomprensione".Alda Merini, testimonianza rilasciata al giornale "Ventiquattro - Magazine".
25 ottobre 2008
Filastrocca-counseling: Gianni Rodari
Gianni Rodari, un autore ancora troppo sottovalutato della letteratura italiana. La sua forma di scrittura semplice e giocosa ed il fatto che scrivesse "per i piccoli" continuano a relegarlo sullo scaffale della "letteratura per l'infanzia". Invece la sua opera variegata spazia dal componimento didattico al divertissement letterario, dalla rima "socialmente impegnata" all'intuizione puntuale sui processi psichici della socialità. Al centro di tutto la creatività, quindi la capacità di cambiare, crescere, innovare, in ogni senso. A chi voglia accostarsi a questo grande autore consiglio di partire dalla raccolta "I cinque libri" edita da Einaudi, impreziosita dai disegni di Bruno Munari (altro grande, di cui parleremo un'altra volta).Ecco alcune delle mie filastrocche preferite, che uso spesso anche nelle aule di formazione.
PROVERBI
Dice un proverbio dei tempi andati: "Meglio soli che male accompagnati".
Io ne so uno piu’ bello assai: "In compagnia lontano vai".
Dice un proverbio, chissa’ perche’, "Chi fa da se’ fa per tre".
Da questo orecchio io non ci sento: "Chi ha cento amici fa per cento".
Dice un proverbio con la muffa: "Chi sta da solo non fa baruffa"
Questa io dico, è una bugia: "Se siamo in tanti, si fa allegria".
IL PAESE SENZA ERRORI
C'era una volta un uomo che andava per terra e per mare
in cerca del Paese Senza Errori.
Cammina e cammina, non faceva che camminare,
paesi ne vedeva di tutti i colori,
di lunghi, di larghi, di freddi, di caldi, di così così;
e se trovava un errore là ne trovava due qui.
Scoperto l'errore, ripigliava il fagotto
e ripartiva in quattro e quattr'otto.
C'erano paesi senz'acqua, paesi senza vino,
paesi senza paesi, perfino,
ma il Paese Senza Errori dove stava, dove stava?
Voi direte: era un brav'uomo, uno che cercava una bella cosa.
Scusate, però,non era meglio
se si fermava in un posto qualunque,
e di tutti quegli errori ne correggeva un po'?
I BRAVI SIGNORI
Un signore di Scandicci
buttava le castagne e mangiava i ricci.
Un suo amico di Lastra a Signa
buttava i pinoli e mangiava la pigna.
Un suo cugino di Prato
mangiava la carta stagnola e buttava il cioccolato.
Tanta gente non lo sa
e dunque non se ne cruccia:
la vita la butta via
e mangia soltanto la buccia.
ALLA VOLPE
Questo è il pergolato e questa è quell'uva
che la volpe della favola giudicò poco matura
perché stava troppo in alto.
Fate un salto, fatene un altro.
Se non ci arrivate, riprovate domattina,
vedrete che ogni giorno si avvicina il dolce frutto;
l'allenamento è tutto.
ALLA FORMICA
Chiedo scusa alla favola antica
se non mi piace l'avara formica.
Io sto dalla parte della cicala
che il più bel canto non vende, regala.
10 ottobre 2008
Gene e sregolatezza
Siamo nati così e non ci possiamo fare niente oppure siamo il frutto dell'esperienza e dell'educazione? Da quando l'uomo ha cercato di riflettere su se stesso e sul mondo, ponendosi domande sul senso, la lotta tra queste due correnti di pensiero è sempre stata molto accesa. Per molti il nostro modo di essere ("è così di carattere") è una specie di marchio genetico che nessuno può modificare, per cui una persona nata "col carattere incazzoso" è destinata ad esserlo per sempre, magari può imparare a controllarsi ma, come dice il proverbio, "Chi nasce tondo non muore quadrato". Dall'altra parte ci sono tutti coloro che, dando peso alla storia individuale o sociale di ognuno, vedrebbero quella stessa rabbia come un modo tra i tanti possibili di reagire al mondo esterno, modo che è stato appreso e quindi, almeno in alcuni casi, potrebbe essere cambiato. Ora, grazie agli studi sul cervello e lo sviluppo delle neuroscienze, sembra ormai chiaro che questa divisione netta tra fattori genetico-naturali e fattori culturali è superata. Si parla ormai di epigenetica. Le incredibili capacità plastiche di ri-modellamento delle reti neuronali, l'interazione coevolutiva organismo/ambiente ed altri fattori fanno ormai concludere che i fattori genetici diventano fattori culturali e i fattori culturali (stile di vita, alimentazione, modelli di pensiero, ecc.) si trasformano in materiale genetico che "ci entra dentro". Da una parte, quindi, si evitano le illusioni del volontarismo che nega il peso dell'eredità naturale su ognuno di noi; dall'altra resta sempre aperta la via del cambiamento personale che, se ben nutrito, può addirittura rimodellare il nostro corpo. Che ne deriva da tutto questo pistolotto? Che lo stile di vita che conduciamo è una cosa troppo importante che va scelta e ben curata. La qualità di quello che mangiamo, la qualità della musica che ascoltiamo o dei programmi che vediamo, ecc, non sono fattori accessori della nostra esistenza, ma ci entrano letteralmente e fisicamente "dentro". Quindi, chiunque voglia vivere meglio, non può dare la colpa al passato o al cromosoma del nonno che ci ha trasmesso la metereopatia. Non possiamo essere felici se ci nutriamo con la robaccia industriale comprata col chiodo fisso del risparmio senza qualità. Non possiamo essere persone "belle dentro" se il nostro spirito si nutre di reality-show e le nostre orecchie non sanno scegliere tra una allitterazione ricercata di Caparezza ed un verso idiota degli 883. Non è indifferente passare una serata in un locale la cui musica non permette neanche di parlarsi o a casa in compagnia di affetti sinceri, con un amico che porta la chitarra ed un altro che porta una bottiglia di quello buono. Vivere meglio è una scelta di vita.
03 settembre 2008
Uomini o caporali?
Vi sarà capitato di conoscere qualche persona che, anche al di fuori del contesto professionale, si porta dietro un modo di fare e di relazionarsi legato al suo ruolo. Magari sarà stato un militare che parla ai suoi figli come ad una truppa o di un insegnante che va a caccia dell'errore anche con il marito. Il ruolo ha travalicato il suo ambito funzionale di applicazione, diventando qualcosa che addirittura "struttura la persona". La potenza dei ruoli non va sottovalutata perchè rischia di cancellare la ricchezza dei rapporti, riducendo l'incontro tra due persone ad un copione tra due personaggi. Come se questo non fosse già abbastanza grave, c'è dell'altro.C'è un famoso esperimento di psicologia sociale risalente ormai a quaranta anni fa, che ha messo in mostra in maniera evidente dei meccanismi interessanti proprio legati al ruolo. Si tratta del famoso e tanto discusso "Stanford Prison Experiment" condotto da Philip Zimbardo (ora raccontato per intero in P. Zimbardo, L'effetto Lucifero, Raffaello Cortina Editore, € 38,40 - un bel mattoncino di 700 pagine ma comunque scorrevole e piacevole da leggere se avete intresse per la psicologia).
Per studiare alcuni aspetti della vita carceraria, Zimbardo chiese a degli studenti di simulare la vita di prigione in un'ala dell'università di Stanford. I ruoli di guardia e prigioniero furono affidati a caso all'interno del gruppo di volontari, che venivano retribuiti per la loro disponibilità e che, da contratto, avrebbero potuto in qualsiasi momento ritirarsi dall'esperimento. Come andò a finire? Al sesto giorno l'esperimento fu interrotto per la situazione aberrante che si era creata, con le finte guardie che infliggevano ai finti detenuti dei realissimi maltrattamenti, travalicando il mandato della simulazione in una escalation agghiacciante di violenze fisiche e psichiche. L'analisi di Zimbardo sottolinea che non fu colpa "di qualche mela marcia, ma del cesto che fa marcire le mele". I volontari/guardie cioè, non erano "bastardi dentro" in origine, ma, influenzati dal contesto, fecero cose terribili perché ritenevano che quello fosse quanto richiesto dal loro ruolo (sebbene nessun organizzatore lo avesse chiesto e addirittura travalicando alcune regole del gioco).
Io trovo che l'insegnamento più forte di questo esperimento venga in realtà da chi impersonava i finti detenuti. Entrati completamente nella loro parte, in pochi istanti dimenticarono di essere all'interno della simulazione e, davanti ai soprusi, nessuno chiese di andarsene o di sospendere il gioco. Come mai? In quanto "detenuti" stavano al gioco al punto tale da essersi "rassegnati" come detenuti veri a ciò che le guardie facevano. Non vedevano più le possibilità di uscita (del resto, come ci insegnano altri contributi, una parte del nostro cervello non distingue tra finzione e realtà - è il motivo per cui ci commuoviamo vedendo un film). La prigione era nella loro mente e si chiamava "ruolo del detenuto", che impediva loro di vedere delle potenzialità delle possibilità di cambiamento o di miglioramento.
E noi? A quale ruolo/convinzione sacrifichiamo la nostra identità? Di quale ruolo siamo così prigionieri da non vedere possibilità di cambiamento che magari sono sotto i nostri occhi e non ce ne accorgiamo?
"L'Esperimento carcerrario di Stanford, che è cominciato come una prigione simbolica, è progressivamente diventato una prigione fin troppo reale nella mente dei detenuti e delle guardie. Quali sono le altre prigioni autoimposte che limitano le nostre libertà fondamentali? I disturbi nevrotici, un basso livello di autostima, la timidezza, il pregiudizio, la vergogna e l'eccessiva paura del terrorismo sono solo alcune delle chimere ce limitano la nostra potenziale libertà e felicità, accecando la capacità di valutare pienamente il mondo intorno a noi" (P. Zimbardo, L'effetto Lucifero, p. 28).
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