23 novembre 2007

Blog raddoppiato!

Carissimi, vi comunico che ho appena dato vita ad un nuovo blog: Cose dell'andro-mondo.
Non spaventatevi: Counseling e dintorni continua (forte delle sue 400 visite mensili) e continuerà ad essere uno spazio di elaborazione di spunti a 360° sul benessere personale/counseling; ma volevo aprire un nuovo spazio più specifico su tematiche legate al mondo maschile e "Cose dell'andro-mondo" servirà proprio a questo.
Alla prossima!

15 novembre 2007

Il traguardo di Daniele

Nel mondo della formazione e del counseling si citano molto spesso storie ed esperienze prese dal mondo dello sport. Mi rendo conto che è una "casistica" molto ricca e forte ma, non avendo passioni sportive, non la padroneggio.
Ma ora posso rimediare per interposta persona... Ladies and gentlemen, ecco a voi il mio amico Daniele!
E' stato il mio compagno di stanza al Master ed ha appena coronato il suo sogno di correre per intero la
Maratona di New York. Sul suo blog ha tenuto il diario di questa idea che a molti può sembrare bislacca ma che vi invito a ripercorrere, post dopo post, fino alla sua splendida conclusione. Leggete almeno l'ultimo post dove racconta come è andata la sua esperienza con tanto di mini-video di commento. Guardatelo sorridere al traguardo, immedesimatevi nel suo passo, ora stanco, ora agile, ora trepidante.
Quella di Daniele è una lezione di vita, un esempio di cambiamento positivo, non potevo lascarmi sfuggire l'occasione e l'ho intervistato:

Parliamo di motivazione: cosa ti ha spinto a tentare un'impresa del genere?
Mi ha spinto la voglia di mettere alla prova me stesso su un terreno nuovo: la corsa. L’avevo sempre vista come uno sport molto faticoso e privo di quella carica di entusiasmo che possono dare altre attività quali il calcio, il basket, il tennis. Era un terreno nuovo per me e significava il dover assumere un impegno forte, che necessitava di costanza e resistenza. Una sfida ai miei limiti.

Nella tua preparazione hai incontrato delle diffcoltà fisiche ed emotive: come le hai affrontate?
La corsa prolungata è un mix di difficoltà fisiche ed emotive. Fisiche perché praticamente tutti i muscoli del corpo vengono sollecitati ed emotive perché richiede un forte controllo psicologico che eviti la noia e soprattutto permetta al fisico di non mollare nei momenti di maggior fatica. E per me, che non ero abituato a queste sollecitazioni, le difficoltà sono arrivate sia all’inizio della preparazione, anche quando i minutaggi erano molto ridotti, che negli ultimi mesi quando le uscite arrivavano a superare le due ore per arrivare fino a tre ore. Il migliorare la forza psicologica e la capacità di “tenere” è stato fondamentale. E su questo terreno il pensiero all’obiettivo finale è stato un elemento importantissimo: pensare che quello che si sta facendo è necessario per poter tagliare il traguardo della Maratona di New York è stata una spinta impareggiabile. Sulle difficoltà fisiche relative al mio ginocchio non mi dilungo, basta un’occhiata al blog e direi che ne ho parlato anche troppo…

Proviamo ad identificare le cose che più ti sono state d'aiuto nel coronare questo sogno: pensieri (cosa dicevi a te stesso, cosa pensavi di te, come ti immaginavi l'obiettivo, il traguardo), azioni (che comportamenti hai messo in atto, che scelte hai fatto), emozioni (quando? utili o negative? come le hai gestite?)
I pensieri erano rivolti principalmente allo striscione d’arrivo. Quasi in ogni uscita lunga mi ritrovavo inconsapevolmente ad immaginare il mio arrivo a Central Park. E pensavo che se uno come me, che in vita sua non aveva mai corso più di venti minuti, può arrivare in soli otto mesi, partendo da zero, a completare una maratona vuol dire che ogni cosa, se la si vuole, in qualche modo è raggiungibile. La maratona come parabola per una motivazione doppia in ogni ambito della vita.
Le azioni sono state semplicemente quelle di seguire attentamente una tabella. Prendere sul serio l’impegno e non trovare scuse con me stesso. Se quella è stata la scelta dovevo confermarne le conseguenze: mettere in essere un allenamento serio.
Negli otto mesi di preparazione ho vissuto ogni emozione positiva ed il suo contrario. La gioia per arrivare a completare settimana dopo settimana i piccoli traguardi, la rabbia per l’eccessiva fatica che provavo in certe uscite (quando invece credevo di aver raggiunto un miglior allenamento) e quando si è presentato il problema fisico, la paura di un incidente o di un infortunio (come poi è accaduto) che poteva far crollare il sogno. E per le emozioni il mio blog è stato uno strumento inaspettatamente efficace. Scrivevo quello che provavo e di volta in volta arrivavano visitatori che portavano il loro sostegno od incitamento. Non mi sarei mai aspettato che il blog diventasse così popolare e potesse dare la spinta che poi mi ha dato. Importante nella gestione delle emozioni è stato anche il fatto di poter talvolta fare allenamenti in compagnia. Condividere la fatica, scambiare due chiacchere correndo o impressioni sulla progressione della propria forma è stato sicuramente utile.

Dopo aver raggiunto il tuo traguardo cosa pensi di te stesso? è cambiata la tua immagine interiore?
L’ho scritto in diversi sms che ho mandato in risposta ad amici che mi chiedevano come era andata: nel post maratona mi sentivo una sorta di
Iron Man. E su questo ha influito anche la resistenza al dolore e la capacità di superare la difficoltà fisica relativa al problema al ginocchio. Mi sono sentito forte, psicologicamente determinato e capace di soffrire per provare poi emozioni positive impareggiabili. Volevo tagliare quel traguardo e l’ho raggiunto, la mia autostima ne ha sicuramente tratto vantaggio…

01 novembre 2007

"Ci cangia 'ddifrisca"

Se non siete salentini dovete prima sapere cosa significa "ddifriscu" (o "ddafriscu" o "ddefriscu" a seconda del paese d'origine). Immaginate un'estate torrida nel meridione d'italia, quando l'afa ti soffoca, il sole ti brucia e ogni movimento è causa di fatica e pesantezza. In una situazione del genere vuoi solo una cosa: "ddifriscare", che significa sì "rinfrescarsi", ma molto di più, perché parliamo di un ristoro riposante, un relax rigenerante. E' questo il senso di "ddifriscu".
Ora torniamo al proverbio salentino citato nel titolo. "Ci cangia ddifrisca", chi cambia rinfresca/ddifrisca, cioè: il cambiamento ti rigenera. Voglio dedicare questo proverbio a tutte le persone che incontro nei corsi di formazione e che, nonostante il grande desiderio di cambiamento, sono preda della disillusione. Amareggiate dagli insuccessi precedenti, bloccate dalle voci interiori svalutanti, spente da mille pressioni che rendono difficile ogni mossa. O semplicemente spaventate, perché cambiare significa comunque accettare una certa destabilizzazione e questo può farlo solo chi è sufficientemente consapevole delle proprie energie o incosciente o disperato.
Ma se siete spossati, soffocati, affaticati, non indugiate: godetevi il ristoro del cambiamento.
Ci cangia 'ddifrisca!

PS: Vi consiglio un interessante e motivante intervento di Steve Jobs: buona visione!

13 ottobre 2007

Chimiche lobotomie giovanili

"Ingoia questa pillola e non dovrai più urlare
si spegnerà ogni cosa magicamente
ti sentirai leggero come non mai, vedrai...
Occhi fissi e torbidi, lingua gonfia e tumida,
perenne anestesia...
Via tutti i tuoi incubi, via con tutti i sogni tuoi
perenne anestesia...
(Ustmamò, Lepre, 1993)


In uno dei miei primi post di circa un anno fa ("Mondo impasticcato"), avevo già espresso il mio parere sull'uso sempre più massiccio e diffuso di psicofarmaci. Mi ritrovo ora a parlarne sulla scia di una recente inchiesta de L'Espresso che rilancia l'allarme psicofarmaci tra le generazioni più giovani. A quanto già scritto e all'anorme tristezza che queste notizie mi provocano, aggiungo un'altra amara riflessione.

Mi dà fastidio la retorica de "i 'ggiovani che cambiano il mondo". Eppure credo che talvolta le radici delle spinte di miglioramento sociale stiano anche nella fisiologica maturazione di un'identità che vuole in qualche maniera proporsi come "altra", "diversa" rispetto all'esistente. Trovarsi con giovani generazioni chimicamente anestetizzate è uccidere il proprio futuro.

Massììì, forza ragazzi, continuiamo così, lobotomizziamoci tutti a suon di pasticche! Non è forse questo che ci chiedono? Smettiamola di rompere le scatole co 'sta storia del cambiamento!
Portiamo a compimento la sorte di una generazione che, pur di sfuggire agli incubi, ha deciso di rinunciare ai sogni.

28 settembre 2007

Domande su viandanti e navigatori

Mi piace leggere le cartine geografiche e orientarmi leggendo il territorio, ma confesso che se non fosse stato per il "navigatore" installato sul cellulare mi sarei perso nell'hinterland milanese alla ricerca della sede del cliente di turno. Leggo su internet che ora i navigatori sono diventati indispensabili e questo mi sembra metaforico dei nostri tempi.
Se alcune generazioni sono rimaste affascinate dalla vita "on the road", fino ad affermare che l'importante non è la méta, ma il viaggio in sé, torna evidentemente alla ribalta la necessità di un andare "da qualche parte", come ci ricordano i menestrelli Ligabue ("andare ve bene, però - a volte serve un motivo - un motivo-o-o...") e Fabi ("Non tutte le strade sono un percorso").
Dove stiamo andando? Come ci arriviamo? Se la vita è un cammino (secondo una metafora condivisa - per quel che mi risulta - da tutte le fedi/religioni), che méta stiamo perseguendo?
Stando alla diffusione così massiccia di navigatori, sembra che fatichiamo a trovare la nostra strada da soli e abbiamo bisogno di una voce che ci guidi passo per passo. Avere dei buoni maestri, dei compagni di strada, mi sembra necessario. Ma quanti di noi riescono ancora a fare "la propria strada"? Il rischio è, infatti, che qualcun altro decida per noi méta e itinerario (un navigatore, una ideologia, una moda, un partito, una religione, un partner o un genitore, ...). Il rischio è che qualcun altro decida per noi il senso del nostro andare, togliendoci, assieme alla paura di sbagliare strada, anche il gusto della responsabilità e della scoperta.
Cari viandanti, navigatori del web, buona strada. Come diceva Paolo Hendel: "Da dove veniamo? Dove andiamo? Ma soprattutto: ci basteranno i soldi per la benzina?"

10 settembre 2007

TV Counseling: "S.O.S. Tata"

Un consiglio per tutti i lettori del blog: non perdetevi "S.O.S.Tata" (la terza serie in onda su FoxLife il martedì sera, con varie repliche nei giorni successivi ma in alcuni periodi va anche su LA7). la mia trasmissione preferita (erano anni che non ne avevo una!).
Come forse saprete si tratta di una trasmissione (ingiustamente assimilata ai tanti reality-show) in cui famiglie con difficoltà educative chiedono l'intervento di una "tata" (in realtà sono delle pedagogiste esperte) che, una volta osservato l'ambiente familiare per due giorni, dà delle dritte per "raddrizzare" la situazione e gestire meglio il rapporto con i figli.
A parte alcune perdonabili "sbavature" (comunque ironiche) dovute al formati televisivo (il ridicolo "paradiso delle tate" dove i bimbi giocano felici, il look "signorina Rottermeier", la chiamata d'emergenza, il montaggio strappalacrime che accompagna il commiato), la trasmissione è veramente da guardare. Guardarla con gli occhi di un normale spettatore farà ridere, pensare e (spero) mettersi in gioco, confrontando i propri meccanismi educativi con quelli della famiglia in questione. Guardare "S.O.S. Tata" con gli occhi del counselor permette, invece, di esercitarsi nella lettura delle relazioni familiari, confrontandola magari con quella fatta dalla tata/pedagogista di turno (a mio avvio sono tutte bravissime, specie la più esperta, Lucia Rizzi). Ma non solo: dietro le semplici "regolette" e i feedback ai genitori (dati generalmente con grande magistrale assertività), si possono leggere in filigrana i grandi temi psicologici delle relazioni. Così, in una puntata potrete trovare il tema dell'autostima, in un'altra quella dei riconoscimenti, in un'altra ancora quello della comunicazione distonica, e poi quello della simbiosi, dell'identità, della fusione/separazione,... o magari tutti questi temi insieme, ma con una leggerezza ed una sintesi invidiabile (con due puntate ci farei interi corsi).
Per cui non chiamatemi il martedì sera dalle 21.00 in poi, sono sdivanato a ridere e riflettere guardando "S.O.S. Tata". Ho ancora pochi mesi per vedere la trasmissione con gli occhi analitici del counselor: la sto registrando per poterla rivedere ad aprile con quelli (più apprensivi) del papà...

08 luglio 2007

Compagni di scuola

Questa è una dedica, doverosa per la sua importanza.
Oggi è terminato il percorso triennale di formazione "Il Counseling e le relazioni d'aiuto" che ho frequentato presso il Centro Berne. Voglio ringraziare pubblicamente tutti i miei compagni di strada che hanno condiviso con me quest'esperienza entusiasmante, difficile, soprattutto rigenerante.
Grazie per quello che ci siamo donati, per lo scambio di idee, le collaborazioni, gli scazzi, le risate e tutto quello che ha reso possibile la nostra trasformazione in persone evidentemente migliori e, confido, più utili al mondo.
Grazie a chi ha iniziato tre anni fa, a chi si è aggiunto per strada, a chi, strada facendo, ha preso altre strade, ai docenti del Centro e a tutti coloro che ci ruotano attorno.
Alessandra, Claudio, Antonella, Grazia, Teresa, Egle, simona, Amelia, Eleonora, Chiara, Francesca, Paola, Elisabetta, Maria Giulia, Alberto, Debora, Silvia, Davide, Cristina, Giovanna, Chiara, Antonella, Giorgio, Giacomo, Dianora, Fabio, Alessandra, Anna, Michele, Consuelo, Lucia, Raffaella, ... Mi porto dentro un pezzetto della vostra vita.
Sì, è stato bello e so che, seppure in forme e tempi differenti, continuerà ad esserlo.
Un abbraccio ++

13 giugno 2007

L'uomo s-mascherato

In un libro di psicologia trovo un esercizio interessante: "Pensate alla vostra infanzia e ricordate il personaggio di fantasia che più colpiva all'epoca la vostra immaginazione e con il quale vi identificavate". In un lampo mi ritornano in mente i fumetti dei supereroi Marvel, improbabili uomini in calzamaglia dotati di strani poteri e coinvolti di mille avventure. Una parte di me è ancora lì, dentro quel mondo. "Super-eroi con super-problemi", sono stati chiamati, perchè, a differenza di alcuni personaggi a tutto tondo, l'idea vincente della squadra Marvel fu di creare personaggi che unissero ai propri incredibili poteri, delle vicende più "umane" (problemi in famiglia, incapacità di comunicare i propri sentimenti, difficoltà sul lavoro, emarginazione sociale, ecc.).
Mi piace allora riprendere questa idea come un'immagine di ciascuno di noi, preso dalle sue faccende quotidiane, ma al tempo stesso custode di energie incredibili che ci aiutano nelle nostre avventure quotidiane.
Ci siete anche voi? Che maschera portate? Che supereroe/supereroina siete? Quali superpoteri avete? Sapete rendervi invisibili in caso di pericolo come Sue dei Fantastici Quattro o siete come Hulk, dalla rabbia incontenibile e devastante? Tirate fuori le unghie come Wolverine o pensate come Spider-man che "da un grande potere deriva una grande responsabilità"? Siete un uomo di roccia dal cuore tenero come "La cosa" o siete tutt'uno con la natura come Tempesta? Avete affinato i vostri sensi come Dare Devil o siete come Iron-Man, difesi dal mondo esterno da una luccicante corazza? Avete un super-cervellone che compensa i vostri limiti fisici, come il dott. Xavier, o il vostro punto di forza è la flesssibilità portata all'estremo di Reed Richards, l'uomo-gomma?

Ciao a tutti
dal vostro Uomo Ragno

PS: Se volete saperne di più su psicologia e fumetti, potete andare su Psicofumetto, su Amazingcomics o su Psicopedagogika.

04 giugno 2007

L'identità negata

Ho appena terminato un bel libro consigliatomi da una blog-amica: "Creatura di sabbia" di Tahar Ben Jelloun. Narra la storia di una donna costretta dall'ambiente familiare a rinnegare la propria identità fisico-biologica e a spacciarsi per un maschio. Non entro nei dettagli di questo bel romanzo, di cui vi consiglio la lettura, ma ne prendo spunto per una breve riflessione sull'identità negata.
Protagonista della storia è A. cui viene proibita la fondamentale libertà di essere sé stessa. La sua storia è estrema, ma forme di negazione dell'identità (benché fortunatamente meno gravi) sono il pane quotidiano di molte persone. Ognuno di noi è un mix inscindibile di desideri, scelte, elementi biologici e pressioni esterne che, attraverso una continua negoziazione, definiscono la nostra identità. Quando questi fattori non sono in equilibrio e le pressioni culturali-ambientali prevaricano tutto il resto (nel caso del romanzo addirittura vengono cancellati i fattori biologici), il dolore diventa il pane quotidiano e la felicità un'utopia.
L'Analisi Transazionale riconosce nel messaggio "non essere te stesso", che riceviamo dal nostro ambiente familiare, una delle ingiunzioni più tragiche. Perché mina nel profondo la capacità di cogliere il proprio valore, di credere in se stessi. Difficile, infatti, che chi è cresciuto con questa ingiunzione riesca a superarla senza un cammino di psicoterapia. Ma come possiamo evitare di perpeutare questo messaggio? Qui la sfida è essenzialmente pedagogica: credere che i propri figli siano persone di valore, accettando le loro scelte, mettendosi in ascolto delle loro aspirazioni. Soprattutto evitare di riversare su di loro i nostri desideri frustrati. Essere persone serene, che hanno fatto pace con i propri conflitti, ci aiuterà a non cancellare la loro identità in nome di nostri fantasmi personali e a dar loro una chance in più per essere felici.

22 maggio 2007

Il gusto della sostenibilità

Per motivi di lavoro, ho avuto la possibilità di conoscere approfonditamente una realtà che mi aveva sempre incuriosito ma che avevo sempre seguito "a distanza". Sto parlando di Slow Food, cui dedico questo post per divulgare l'importanza del suo operato. Sin dall’intuizione originaria del fondatore, Carlo Petrini, Slow Food nasce con il preciso scopo di rivalutare la qualità dei cibi, nel recupero di un sistema produttivo, sociale ed economico messo in crisi dall’industrializzazione della produzione, dalla massificazione dei consumi e dalla omologazione del gusto e delle culture. Focalizzata originariamente sull’idea di “buono”, l’espressione di questi valori si è meglio esplicitata nel tempo, fino a giungere all’attuale “manifesto” codificato nelle tre parole “buono, giusto, pulito”. Secondo il movimento Slow Food il cibo, in tutte le sue accezioni, è così al cuore della vita umana che è necessario promuoverne l’aspetto qualitativo (“buono”), ma questo aspetto è inseparabile tanto dal sistema produttivo che lo genera e dal relativo impatto ambientale (“pulito”), quanto dal peso sociale di tale produzione (“giusto”). Ormai Slow Food è molto più che una semplice associazione, in quanto oltre all’aspetto associativo nazionale ed internazionale, contempla una casa editrice, un’Università riconosciuta dal MIUR, una Fondazione per la biodiversità, ecc.
Cosa c'entra Slow Food con questo blog? Secondo me tanto. Vivere meglio è possibile se sappiamo mangiare meglio, in ogni senso. Privilegiare cibi locali, prodotti con una filiera corta, è sia una questione di giustizia sociale che di sostenibilità ambientale che di qualità della propria vita. A tale proposito, è ormai chiaro che la qualità dei cibi è più determinante della predisposizione genetica nell'insorgere di malattie, anche gravissime (come evidenzia questo articolo scientifico inglese, ripreso in italiano, seppur un po' romanzato, da un commento di Jacopo Fo).
"L'uomo è ciò che mangia" diceva Feuerbach. La vita dell'umanità dipende da ciò che l'umanità deciderà di mangiare. La vita di ognuno di noi dipende da ciò che mangiamo.
Buon appetito.
PS: Firmate l'appello on-line di Slow Food sulla dichiarazione di origine geografica!
AGGIORNAMENTO 7.6.06: La campagna di raccolta firme ha dato i suoi risultati, viene mantenuto l'obbligo per la trasparenza in etichetta. Grazie a chi ha firmato. Se volete ancora firmare ancora, potete farlo per sostenere la battaglia che ora si sposta a livello europeo.